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 Guerra e Pace
Un mondo globale ha bisogno di una soluzione globale

 

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Un caldo pomeriggio di metà Settembre dell’anno 1993 è rimasto impresso nella memoria del popolo di Israele. Quel giorno, tutta la nazione si sedette affascinata davanti alla televisione ad ammirare Yitzhak Rabin,  primo ministro Israeliano, e Yasser Arafat, capo dell’organizzazione per la liberazione della Palestina, che firmavano gli Accordi di Oslo nel prato della Casa Bianca.

 

Qualunque israeliano, testimone di quell’evento, non fu più in grado di dimenticare quelle titubanti strette di mano tra i due leader e quel teso silenzio che dominava per le strade di Tel Aviv. In quel momento sembrava che fossimo un solo uomo e una sola famiglia che osservava unita quello che sembrava essere un momento storico. Ma più di quello, ci fu un senso speciale di speranza che bruciava in noi, una speranza che presto, molto presto, ci sarebbe stata pace nella nostra regione. Sembrava che persino gli scettici tra di noi si fossero addolciti, così da permettere che quella scintilla di speranza illuminasse, con tutto il suo splendore, i cuori di israeliani e palestinesi. Quel giorno, ci siamo permessi di sognare.

Molti mesi dopo, quel sogno fu bruscamente interrotto, non appena ci svegliammo in una dolorosa realtà di kamikaze e con addosso una triste sensazione di caos totale.

Il secondo accordo di Oslo divise la nazione a metà ed evocò amari incitamenti, nel clima nel quale un primo ministro fu assassinato nel suo ufficio.

 

Yitzhak Rabin è stato assassinato

Molti tentativi sono stati fatti per raggiungere una certa comprensione, ma tutto finì in una tenebrosa giornata del Settembre 2000, quando l’Intifada al-Aqsa eruppe, e cancellò tutto.

Quindi in un batter d’occhio, la parola “pace” è stata rimpiazzata da parole come “allarme difesa” e “allarme rosso”, e la regione rimane sempre sull’orlo dell’esplosione. I rapporto fra Israele e Palestina peggiorarono ulteriormente quando Hamas, minacciando la distruzione di Israele, prese con la forza, Gaza da Fatah 18 mesi fa, e incominciò a sparare razzi su città e villaggi di Israele.

Israele, d’altra parte, appoggiata da Stati Uniti, Europa, Egitto e dalla stessa autorità palestinese, cercò di isolare Hamas isolando economicamente Gaza, una politica che portò l’economia locale quasi all’estinzione. E adesso, la situazione è peggiorata drasticamente con l’IDF che sta spingendo sempre più dentro al conflitto Gaza, e Hamas lancia in risposta fiumi di missili e minacce.

Sotto tali circostanze, non c’è da stupirsi quando la parola “pace” è menzionata nelle conversazioni tra gli israeliani e un ironico e sarcastico sorriso appare sul viso dei partecipanti. “Pace”?  commenterebbero con dolore, “Abbiamo finito di sognarla tanto tempo fa”.

Il pensiero che i miei figli crescano in uno continuo stato di guerra mi tiene sveglio la notte. Non c’è davvero speranza? Forse, solo forse, dopo così tanti fallimenti è ora che cambiamo il nostro approccio? Forse stavamo cercando nel posto sbagliato? Forse la ragione della nostra mancanza di successo nel raggiungimento della pace giace ad un livello più profondo?

Nel 1948, nel mezzo della Guerra di Indipendenza, Yehuda Ashlag (1884-1954)  conosciuto attivista che viveva a Gerusalemme, in seguito riconosciuto leader sostenitore della Kabbalah, si avvicinò al conflitto da una prospettiva molto  originale. Nei suoi scritti, lui denunciò l’approccio aggressivo dell’affermato movimento Sionistico durante la metà del 1940. «Il popolo di Israele,» dichiarò spesso, «non sarà mai in grado di fondare un paese con delle basi solide, usando “la forza del pugno e dominando gli altri”».

«Nella nostra era globale», scrisse nel suo saggio, “La Pace nel mondo”, «la possibilità di governare in modo felice, buono e pacifico uno stato è inconcepibile quando non lo è per tutti i paesi del mondo, e viceversa». Secondo Ashlag, il solo modo per raggiungere una soluzione pacifica è di promuovere “la necessità di relazione e di mutua cura tra le persone”.

«Se gli ebrei cominciassero a fare questo,» disse Ashlag, «gli arabi si unirebbero a loro per fondare una società dove “gli standard di vita degli arabi sarebbero come quelli degli ebrei stessi.”» A dispetto del suono utopistico di queste parole, egli presentò un piano per raggiungere questo stato. «La chiave,» rimarcò Ashlag , seguendo molti altri grandi pensatori sociali, «è l’influenza della società.»

Invece che diffondere odio nel pubblico, i mass media nazionali ed internazionali devono promuovere il messaggio che nel mondo di oggi non c’è spazio per l’odio, l’isolamento, e gli incitamenti discriminanti verso gli altri. Finché leggeremo sui giornali titoli come: “Israele ha grandi quantità di tattiche per la guerra, ma nessuna per la pace”, “Il mondo islamico sta anticipando una vendetta per i giorni di fuoco e sangue a Gaza” e “Hanno solo una lamentela: l’esistenza di Israele”, che troneggiano sia sulla stampa araba che su quella israeliana,  non otterremo nulla di buono.

Dopo tutto, l’intolleranza e i pensieri, costantemente incentrati su sé stessi, sono stati i principali fattori che hanno creato questa oscura realtà. Inoltre, questo approccio ci tornerà indietro come un boomerang. Oggi, la chiave per risolvere la maggior parte dei problemi sociali giace nel cambiamento dell’opinione pubblica, dall’auto-preoccupazione sino al considerare il beneficio della totalità, poiché un mondo globale ha bisogno di una soluzione globale.

Quindi cosa dobbiamo fare adesso?

Tanto per cominciare, dobbiamo proteggerci. Per citare alcune parole del Talmud (o anche quelle di Barack Obama durante la sua ultima visita in Israele) “Colui che viene ad ucciderti, alzati prima per andare ad ucciderlo”. Ma, una volta raggiunti gli obiettivi strategici, (indebolendo Hamas e diminuendo la sua abilità di sparare razzi nel sud di Israele), dobbiamo cambiare i nostri metodi e pensare in modo più ampio.

Voglio dire, per quanto tempo una persona può vivere in un mondo ferito? Non è abbastanza? Per quanto possa sembrare utopistico, il punto della situazione è che se noi (non solo arabi ed ebrei, ma tutta l’umanità) non cambiano il nostro approccio verso gli altri, potremmo scoprire che abbiamo camminato sulla strada sbagliata quando è troppo tardi (considerando che le armi nucleari sono ancora in fase di sviluppo in tutto il mondo). Il mondo potrebbe essere spinto in un disastroso tumulto.

Dal momento che le fiamme del fuoco ci hanno condotto in questo punto, l’unico modo per prevenire gli orrori futuri è quello di lanciare una campagna positiva in tutte le sedi dei mass media, promuovendo la cura per gli altri anziché il solito punto di vista del “cane mangia il cane”. Come esseri sociali, abbiamo la sola scelta di cambiare gradualmente i nostri modi. Solo in seguito potremo avere una ragione per sognare di nuovo.

 
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