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Matan Toràh

Il Dono della Toràh

 

 


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«Ama il tuo amico come te stesso» (Levitico 19, 18)
Rabbi Akiva dice:
«Questa è una grande regola complessiva nella Toràh»

  

1. Questo enunciato dei nostri Saggi richiede una spiegazione, dato che il termine "regola complessiva” indica una somma di particolari che dalla compartecipazione dei quali è stata stabilita quella regola complessiva. Si è rilevato che quando egli afferma che il precetto «Ama il tuo amico come te stesso» è una grande regola complessiva della Toràh, ecco che dobbiamo comprendere che tutti gli altri 612 precetti della Toràh, con tutti gli scritti che vi ci sono, altro non sono che un insieme di elementi inclusi e condizionati da quell'unico grande precetto: «Ama il tuo amico come te stesso». Questo è sorprendente, perché è appropriato riguardo i precetti che determinano i rapporti uomo-uomo, ma come può quel unico precetto includere e sostentare in esso tutti i precetti che riguardano i rapporti uomo-Dio che sono la maggioranza ed i fondamenti della Toràh?

 

2. E se noi possiamo ancora sforzarci e trovare il modo di concordare codeste loro parole, ecco che è posto davanti a noi un secondo detto ancora più peculiare, riguardo al proselito che si presentò davanti a Hillèl e gli disse: «Insegnami tutta la Toràh finché io mi reggo su una gamba sola». Ed Hillèl rispose: «Non fare al tuo amico ciò che odi» (così si traduce in aramaico «Ama il tuo amico come te stesso»), e tutto il resto significa: «vai e studia» (Talmud, Shabbat 31). Ecco qui davanti a noi una legge chiara, secondo la quale non c'è alcuna preferenza in tutti i 612 precetti e in tutti gli scritti nella Toràh rispetto al singolo precetto «Ama il tuo amico come te stesso», giacché quei precetti giungono per spiegarci e consentirci di adempiere la regola dell'amore per il prossimo in modo appropriato. Infatti egli dice esplicitamente: «tutto il resto significa: Vai e studia», il che vuol dire  che tutto il resto della la Toràh è l'interpretazione di quel unico precetto, dato che (la regola) «Ama il tuo amico come te stesso» non può essere portata a compimento senza tutti gli altri.

 

3. Dobbiamo osservare questo precetto di per sè, prima di penetrare nel suo profondo, essendoci stato ordinato «Ama il tuo amico come te stesso». L'espressione "come te stesso" ci dice di amare il tuo amico tanto quanto tu ami te stesso, tassativamente ed in nessun caso non meno di quanto tu ami te stesso, il che vuol dire essere costantemente di guardia e soddisfare i bisogni di chiunque appartenga alla nazione di Israele non meno di quanto tu stai sempre di guardia per soddisfare le tue stesse necessità. Questo è però del tutto impossibile dato che sono pochi coloro che possono soddisfare i propri bisogni durante una giornata di lavoro, e come imponi su di lui di lavorare per soddisfare quelli dell'intera nazione? Non è nemmeno possibile pensare che la Toràh si esprima esageratamente, dato che essa stessa ci ammonisce a non aggiungere né sottrarre eccetera, dicendoti così che le cose e le leggi sono state dette con assoluta precisione.

 

4. E se ciò non ti basta, ti dirò che il semplice significato del precetto dell'amore per l’amico è ancora più radicale, richiedendoci di dare la precedenza ai bisogni dei nostri amici rispetto ai nostri, così come hanno scritto i nostri Saggi le Tosfot di nome Ierushalmi (Kidushin pagina 20) rispetto al verso: «E lui sta bene presso di te», a proposito del servo ebreo: se uno ha talvolta un solo cuscino e ci dorme sopra ma non lo dà al suo servo, egli non rispetta il precetto incluso nel verso «perché sta bene presso di te», dal momento che si sdraia sul cuscino mentre il servo giace a terra. Se però egli stesso non vi si sdraia sopra né lo offre al suo servo, allora si comporta secondo una norma sodomita. Ne consegue che contro la sua stessa volontà egli deve cedere il suo cuscino al servo e distendersi al suolo.

Ci siamo trovati a studiare la stessa regola anche nel nostro scritto riguardo la misura dell'amore per il prossimo. Anche qui, infatti, lo scritto ha equiparato la soddisfazione dei desideri dell'amico alla soddisfazione dei propri desideri, come nell'esempio del servo ebreo nella frase: «Perché sta bene presso di te». Quindi se uno possiede una sola sedia ed il suo amico neanche una, c'è un verdetto che afferma che se vi siede sopra senza darla all'amico infrange il comandamento: «Ama il tuo amico come te stesso», perché non soddisfa i desideri dell'amico così come soddisfa i propri. Ma se egli stesso non vi siede e neanche offre la sedia all'amico, allora questa è una malignità come una norma sodomita. Lui invece è obbligato a darla al suo amico per sederci sopra, mentre egli resta in piedi o siede a terra. È ovvio anche che questa è la regola riguardo tutte le necessità che egli ha e mancano al suo amico. Ed ora vai a studiare se questo precetto è attuabile.

 

5. Innanzi tutto dobbiamo comprendere perché la Toràh venne data proprio al popolo d’Israele e non a tutta l'umanità assieme nello stesso modo.  Si tratta forse - Dio non voglia - di nazionalismo? Questo solo un folle potrebbe considerarlo. Ed invero i nostri Saggi si sono riferiti a questa domanda quando dissero: «Dio la ridiede (la Toràh) a ogni nazione e ad ogni lingua, ma essi non la ricevettero», come è risaputo.

Ciò che però è difficoltoso secondo loro è come mai, se è così, siamo stati chiamati il popolo eletto, com'è scritto: «Il Signore ti ha scelto» (Deuteronomio 7, 6) eccetera, giacché non c'era alcuno di nessun'altra nazione che l'abbia voluta. Per di più le cose sono più difficoltose nel loro fondamento, dato che com'è possibile che il Creatore sia venuto con la Toràh tra le mani a negoziare con i popoli di quelle nazioni selvagge? Una cosa del genere non si è mai sentita ed è del tutto inaccettabile.

 

6. Però quando capiremo pienamente l'essenza della Toràh e dei precetti che ci sono stati dati, così come l'effetto desiderato della loro esistenza nella misura che ci hanno insegnato i nostri Saggi, che altro non è che è il Fine di tutta l'immensa creazione che è disposta davanti ai nostri occhi, allora capiremo tutto. Perché il primo assioma è che «non hai chi opera senza un fine» e non hai nulla che sia al di fuori di questa regola escluso le persone più inferiori della specie umana ed i neonati. Di conseguenza non sarà sollevato nessun dubbio rispetto il Creatore, la Sublimità del Quale è al di là di ogni investigazione, circa il fatto che Lui operi senza un intento sia rispetto ad una cosa piccola che ad una cosa grande.

I nostri saggi ci hanno insegnato che il mondo non è stato creato se non per osservare la Toràh e i precetti. Questo vuol dire, secondo ciò che ci hanno spiegato i nostri avi, che l'intento del Creatore riguardo la Creazione dal momento nella quale essa fu creata fu quello di annunciare la Sua Divinità al prossimo in quanto l'annuncio della Sua Divinità giunge alla creatura nella misura della Sua piacevole Abbondanza che continua ad aumentare, fino a raggiungere la misura desiderata. In questo modo i miseri si elevano con la vera consapevolezza d'essere Merkavà verso di Lui e di aderire a Lui, fino a giungere alla loro completezza finale: «nessun occhio ha visto il Creatore all'infuori di te». Per la magnificenza e lo splendore di questa perfezione anche la Toràh e le profezie si sono astenute dal proferire qualsiasi parola circa questa sovrabbondanza. Come vi hanno accennato i nostri Saggi: «I profeti non hanno profetizzato altro che riguardo ai giorni del Messia, ma rispetto al mondo a venire nessun occhio ha visto il Creatore all'infuori di te».

Questa perfezione è espressa nelle parole della Toràh, della Profezia e nelle parole dei nostri saggi solamente nella semplice parola "dvekut – adesione". Ma a causa dell'uso comune di questa parola da parte delle masse essa ha quasi perso del tutto il suo significato. Però se ti soffermerai con il tuo pensiero su questa parola per un istante sarai sopraffatto e meravigliato dalla sua sorprendente elevatezza, poiché se tu ti descriverai la Divinità e la meschinità della creatura, potrai allora valutare il rapporto di adesione uno all'altro capendo così perché noi mettiamo questa parola come la meta di tutta questa grande creazione.

Ne consegue che la Meta della Creazione è che le misere creature possano, osservando la Toràh e le mizvot, innalzarsi verso l'alto in continuazione fino a che saranno degni di aderire al loro Creatore.     

 

7. Qui però i Saggi della Kabbalah si sono soffermati ed hanno chiesto: «Perché non siamo stati creati fin dall'inizio con tutta l'elevatezza che occorre per aderire al Creatore e per quale ragione Lui ci ha addossato tutto questo fardello e questo lavoro della creazione, della Toràh e i precetti?» Ed essi hanno risposto: (aramaico) – «Chi si ciba di ciò che non è suo ha paura di guardarlo in faccia eccetera», il che vuol dire che Chi si ciba e gode del lavoro del suo amico ha paura di guardarlo in faccia perché diventa sempre più umiliato fino a perdere la sua forma umana. Ma dato che ciò che proviene dalla Sua perfezione, che Egli sia benedetto ed elevato, non può essere imperfetto, Egli ci ha dato perciò la possibilità di guadagnare la nostra elevazione, pagandola per mezzo del nostro lavoro nella Toràh e i precetti.      

Queste parole sono nella massima profondità, e le ho già spiegate nel mio libro Panim Meirot e Umasbirot all'Albero della Vita nel primo ramo, e nel libro Talmud delle Dieci Sfirot, Osservazione Interiore prima parte, in ogni modo qui le spiegherò in breve per renderle comprensibili a tutti.  

 

8. Perché questo è simile ad un ricco che invita un uomo dal mercato e gli dà da mangiare e da bere, gli dà argento, oro e tutto ciò che desidera giorno dopo giorno cosicché ogni giorno i suoi regali sono di più del giorno precedente e così via. Alla fine il ricco gli chiede: «Dimmi, sono già stati soddisfatti tutti i tuoi desideri?». Ed egli gli rispose: «Non si sono ancora soddisfatti tutti i miei desideri poiché sarebbe stato molto piacevole e bello se tutti questi averi e queste cose preziose mi fossero giunti per mezzo del mio lavoro così come sono giunti a te e non ricevendo io la tua carità». Rispose il ricco: «In questo caso, non è ancora nato l'uomo che potrà soddisfare i tuoi desideri». 

Questa è una cosa naturale, perché anche se da una parte lui prova un gran piacere che continua ad aumentare secondo la misura della profusione dei suoi doni, dall'altra gli è difficile sopportare la vergogna dovuta alla profusione di quest'elargizione che l'uomo ricco continua ad incrementare volta dopo volta. Questo succede perché nel mondo c'è una legge di natura secondo la quale chi riceve si vergogna e prova insofferenza, quando riceve un dono gratuito da chi dà per sua benevolenza e misericordia nei suoi confronti.  E da qui ne deriva una seconda legge secondo la quale non verrà raffigurato al mondo chi sarà mai in grado di soddisfare pienamente i desideri altrui, giacché non sarà mai capace di offrirgli il carattere e la forma della sua proprietà, solamente con la quale sarà compiuta tutta l'espansione della completezza desiderata.

Questo però si riferisce soltanto alle creature, mentre per quanto riguarda La Sublime Completezza del Creatore, che Egli sia benedetto, è del tutto fuori luogo ed impossibile. Ed è per questo che Egli ci ha preparato la possibilità di scoprire la nostra elevazione da soli per mezzo dello sforzo e della fatica e dell'impegno nella Toràh. Per merito di questo allora le delizie ed il Bene che provengono da Lui, vale a dire tutto ciò che è incluso nell'adesione a Lui, sarà nella distinzione di acquisizione personale, a noi conferita grazie alle nostre azioni, sentendoci allora nella distinzione di proprietari rispetto a ciò che al di fuori del quale non abbiamo il sapore – la sensazione di completezza, come è stato spiegato.

 

9. È senza dubbio opportuno per noi prendere in esame il fondamento e l'origine di questa legge naturale, e chi ha generato in noi il difetto della vergogna e dell'insofferenza che proviamo, quando riceviamo la misericordia da parte di qualcuno. Sennonché questo è capito dalla legge, conosciuta dai Saggi della Natura, secondo la quale la natura d'ogni ramo è vicina e pari alla sua radice ed anche il ramo si compiacerà di tutto ciò che è consueto nella radice, lo amerà, lo agognerà e ne trarrà beneficio. In contrapposizione a tutto questo anche il ramo si allontana da tutte le cose che non sono consuete nella radice, non le potrà tollerare ed inoltre ne sarà danneggiato. Questa legge esiste fra ogni ramo ed ogni sua radice e non può essere infranta.

Si è aperto dunque davanti a noi un varco per comprendere l'origine di tutti i piaceri e di tutte le sofferenze stabiliti in questo mondo. Dato che il Creatore è la radice di tutte le creature che Egli ha creato, tutto ciò che è incluso in Lui, che sia benedetto, e si prolunga fino a noi in modo diretto, viene da noi percepito come delizioso e piacevole, perché la nostra natura è vicina alla nostra radice. Tutto ciò che invece non è abituale in Lui e che non si prolunga fino a noi in modo diretto, in accordo alla polarità della Creazione stessa, sarà contro la nostra natura e ci sarà difficile tollerarlo. Per esempio, ci piace riposare e non ci piace muoverci fino al punto che noi non possiamo fare un solo gesto che non abbia come meta il riposo. Ciò avviene perché la nostra radice è immobile e in continuo riposo ed in Lui non esiste movimento. Di conseguenza il movimento è anche contro la nostra natura ed è odiato da parte nostra.

Nella stessa maniera noi amiamo assai la saggezza, l'eroismo e la ricchezza e così via, perché sono incluse in Lui, il Quale è la nostra Radice. Di conseguenza noi odiamo i loro opposti, come ad esempio la stupidità, la debolezza e la povertà, perché non si trovano assolutamente nella nostra Radice, e questo li rende disgustosi e ce li fa odiare e per di più ci procura dolori insopportabili.

 

10. Ed è la stessa che ci dà questo malefico gusto della vergogna e dell'impazienza quando noi riceviamo qualcosa dagli altri nella forma di carità, perché nel Creatore non esiste nulla che abbia a che fare col ricevere un favore, giacché da chi mai Lui può ricevere? E dato che questo non esiste nella nostra Radice noi lo avvertiamo come una cosa odiosa e insopportabile, come è stato detto. D'altra parte noi proviamo delizia e piacere nel dare agli altri, dal momento che questo è abituale nella nostra Radice, la quale dà in assoluto a tutti. 

 

11. Abbiamo così trovato un campo aperto per osservare lo scopo della Creazione, il quale consiste nell'adesione al Creatore nel proprio vero Parzuf, dato che la magnificenza e quest'adesione che ci sono garantite dal lavoro umano con la Toràh ed i precetti non sono né più né meno che l'equivalenza dei rami alla loro Radice, che Egli sia benedetto. Infatti tutta la piacevolezza, la delicatezza e la sublimità diventa qui una cosa che ne consegue in modo del tutto naturale, come si è visto sopra, poiché il piacere non è altro che l'equivalenza di forma con il proprio Artefice. E così quando nel nostro caso ci equivaliamo ad ogni consuetudine che è abituale nella Radice, proviamo piacere, mentre tutto ciò che non si trova nella nostra Radice diventa intollerabile, disgustoso ed un proprio e vero dolore. Ne consegue naturalmente che l'intera nostra speranza dipende dalla misura della nostra equivalenza di forma alla nostra Radice, che Egli sia benedetto.

 

12. Queste sono le parole dei nostri Saggi, quando domandarono: «Perché a Dio dovrebbe importare se uno macella (ndr. Macellazione, Shkhità, secondo il rito ebraico) dal collo o dalla nuca?» In effetti, i precetti ci furono dati solamente per la purificazione delle creature. E questo riscatto, vuol dire la purificazione del corpo immondo, che è il fine che si realizza adempiendo tutti i precetti e la Toràh.

«Poiché dall’onàgro savio nascerà l’uomo» (Giobbe 11, 12), dato che quando nasce, uscendo dal grembo della Creazione, si trova nell'estrema infamia e meschinità, vale a dire in un sovrabbondante amore per se stesso, che e’ impresso in lui, in quanto tutti i suoi movimenti girano forzatamente intorno al proprio perno, senza alcuna scintilla di Ashpaà per il prossimo.

Trovandosi allora, in tal modo, lontano al massimo dalla Radice, dal Creatore, proprio da un estremo all'altro, dato che la Radice è Dare Assoluto senza alcuna scintilla di ricezione, mentre il neonato si trova del tutto nella ricezione per il proprio se senza nessuna scintilla d'Ashpaà. Di conseguenza la sua situazione è considerata come l'infimo punto di meschinità e lordura esistente nel nostro mondo umano.  

Più egli cresce e più riceverà, dall'ambiente che lo circonda insegnamenti parziali del «dare in assoluto» al prossimo, cosa che dipende certamente dai valori di sviluppo che si trovano nello stesso ambiente. Ed ecco che, anche allora egli viene educato ad adempiere i precetti  e la Toràh per amore di  se stesso, cioè per ricevere una  ricompensa in questo mondo o in quello  futuro, il che è denominato «Non in Suo Nome – shelo Lishmà», perché non si può abituarlo in un altra maniera. Più avanti negli anni, gli sarà rivelato come giungere all'impegno di osservare i precetti «In Suo Nome – Lishmà», vale a dire con l’intento particolare di apportare esclusivamente compiacimento al suo Artefice. Come scrisse il Rambam (Alachot Tshuvà pei iud): «Alle donne ed ai bambini non va rivelato l'impegno di osservare la Toràh ed i precetti "In Suo Nome" perché non potrebbero sostenerlo. Soltanto quando saranno cresciuti e avranno raggiunto la conoscenza ed il giudizio, si potrà loro insegnare ad operare «Lishmà - In Suo Nome». Come scrissero i nostri saggi: «Da "Lo Lishmà - non in Suo nome” uno perviene al “Lishmà - In Suo Nome”, che è definito come l’intento di compiacere il Creatore ed assolutamente non per amore del proprio se».

Grazie al prezioso rimedio – sgulà naturale che si trova nell'impegno nella Toràh e nei precetti – mizvot "In Suo Nome", rimedio ben conosciuto da Colui che ha dato la Toràh, come scrissero i nostri saggi «Il Creatore dice: Io ho creato l'inclinazione al male ma ho creato  (l’antitesi) la Toràh come una spezia» (Talmud, Kidushin 30), la creatura continua a svilupparsi, progredendo verso l'Alto  a livelli ed altezze suddette e sublimi, tanto quanto basta per perdere tutte le scintille d’amore per il proprio se, così che tutte le mizvot - i precetti che sono  assimilati dal corpo si innalzano per compiere, ciascuna azione, con l'unico intento di dare in assoluto, in tal modo, persino ciò che  si riceve per necessità, fluisce anch'esso  nell'intenzione di dare, vale a dire affinché  si possa dare in assoluto – leashpia. Questo è ciò che scrissero i nostri saggi: «I precetti non ci furono dati altro che per purificare le creature».

 

 13. Sebbene ci siano due parti nella Toràh: a) i precetti che riguardano i rapporti tra l'uomo e Dio; b) i precetti che riguardano i rapporti tra un individuo e il suo amico, entrambe le parti sono indirizzate al medesimo obiettivo, quello di condurre la creatura alla Meta ultimativa dell'Adesione con il Creatore, come è stato chiarito.

Per di più, persino l'aspetto pratico di queste due parti è anch'esso proprio un'unica distinzione, dato che quando uno agisce in Lishmà senza nessuna mescolanza d'amore per se stesso, vale a dire senza ricavarvi alcun beneficio personale, allora questi non avverte alcuna differenza nel suo Lavoro (spirituale) sia che lo faccia per amore dell'amico sia che egli lo compia per amore del Creatore.

Questo è dato che è una legge naturale per ogni creatura che tutto ciò che esiste di là dal proprio corpo è come una cosa vuota e del tutto irreale, mentre ogni movimento compiuto dall'uomo per amore del prossimo è fatto con l'aiuto della Luce di Ritorno e di una ricompensa che alla fine tornerà a lui, prestandogli un beneficio personale.

Di conseguenza azioni tali non possono essere denominate «amore per il prossimo» dato che è giudicato secondo la sua conclusione essendo simile ad un affitto che non è proficuo altro che al suo termine. In ogni caso l'atto di dare in affitto non è considerato amore per il prossimo. Ma un movimento ed uno sforzo compiuto solo e totalmente per amore del prossimo, vale a dire senza scintille di Luce di Ritorno e senza alcuna speranza di un qualche ricompensa che gli sarà rinviata, è del tutto impossibile da parte della natura.

A questo proposito è scritto nello Zohar rispetto alle nazioni del mondo che ogni gesto di benevolenza che codeste compiono è compiuto per se stesse.

Ciò significa che tutte le buone azioni che loro compiono, sia verso gli amici sia verso i loro Dei, non sono compiute per amore del prossimo ma per amore di se stessi e che questo accade dato che (l'amore per il prossimo) è del tutto innaturale, com'è stato chiarito.

Perciò solamente coloro che adempiono la Toràh ed i precetti sono abilitati a questo, perché abituandosi ad adempiere la Toràh e i precetti al fine di compiacere il Creatore, si ritira e fuoriesce gradualmente dall'ambito della Creazione naturale, acquisendo una seconda natura, vale a dire il suddetto amore per il prossimo.

E proprio questo portò i Saggi dello Zohar ad escludere del tutto le nazioni del mondo dall'amore per il prossimo. Essi affermarono che ogni gesto di benevolenza che codeste compiono è attuato per loro stesse, dato che non  sono ingaggiate nell'adempimento della Toràh e i precetti in Lishmà, mentre l'asservimento ai loro dèi è a causa della ricompensa e della salvezza in questo mondo o in quello a venire. È stato anche rilevato che il lavoro per i loro dèi è a causa dell'amore per se stesse. Comunque non accadrà a codeste alcuna azione al di fuori del loro corpo, in modo da poter innalzarsi per merito di essa anche solo un millimetro al di sopra del fondo della natura.

 

 14. Possiamo allora vedere con i due nostri occhi che chi s'impegna nella Toràh e nei precetti in Lishmà non percepisce nemmeno sul piano pratico della Toràh alcuna differenza tra le due parti della Toràh, perché prima di qualificarsi nella cosa, è necessario che ogni azione per il prossimo, sia codesta compiuta per il Creatore sia per gli essere umani, sia percepita, nell'uomo, come vuota ed irrealizzabile. Tuttavia con grande sforzo si trova ad ascendere ed innalzarsi gradualmente alla seconda natura, com'è stato rilevato sopra. Allora lui merita immediatamente la meta finale che è la adesione al Creatore, come è stato chiarito.

Stando così le cose il ragionamento c'indica che la parte della Toràh che riguarda le relazioni tra gli amici sia la più idonea per condurre l'uomo alla meta desiderata, poiché il lavoro con i precetti tra l'uomo ed il Creatore è fisso e specifico, non ha chi lo reclami, l'uomo ci si abitua facilmente e tutto ciò che egli fa per abitudine non gli può essere utile, come ben si sa. D'altronde la parte dei precetti che è tra l'uomo ed il suo amico, non è fissa, non è determinata ed i querelanti lo circondano ovunque lui si volga. La loro Sgulà (qualità prodigiosa) è dunque più sicura e la loro finalità più vicina.

 

15. Ora possiamo facilmente comprendere le parole di Hilèl al proselita, che affermavano che il polo fondamentale nella Toràh è «Ama il tuo amico come te stesso» ed i restanti 612 precetti sono la spiegazione e la preparazione ad esso. E perfino i precetti che concernono le relazioni tra l'uomo ed il Creatore sono anch'essi una preparazione a questo precetto, essendo lo scopo ultimo che risulta da tutta la Toràh e dai precetti, come dissero i nostri saggi: «La Toràh ed i precetti non ci vennero dati altro che per purificarvi  Israele», che è la purificazione del corpo fino a che esso acquisisce la seconda natura, definita amore per il prossimo, vale a dire l'unico precetto «Ama il tuo amico come te stesso», che è lo scopo ultimo della Toràh, dopo il quale egli consegue immediatamente l'adesione al Creatore.

E non occorre chiedersi perché non sia stato definito con lo scritto: «Ama il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le tue forze» (Deuteronomio 6, 5), perché, come è stato spiegato prima, per l'uomo che si trova ancora all'interno della natura della Creazione non c'è alcuna differenza tra l'amore per il Creatore e l'amore per l'amico, dal momento che tutto ciò che è al di fuori di lui stesso gli risulta irreale.

E dato che quel proselito domandò a Hillèl di spiegargli ciò che essenzialmente è l'esito desiderato dalla Toràh affinché il suo scopo possa essere raggiunto in breve e senza dover prolungare molto il cammino, dicendogli: «Insegnami tutta la Toràh finché mi reggo su una gamba sola».  Di conseguenza egli glie lo definì come l'amore per l'amico, perché la sua meta è più vicina e veloce a rivelarsi, dato che questo amore è protetto da errori ed ha chi lo richiede.

 

16. Abbiamo trovato nel suddetto il varco per comprendere ciò che è stato considerato sopra (paragrafi 3 e 4) a proposito del fondamento del contenuto del precetto «Ama il tuo amico come te stesso», come la Toràh ci obbliga a qualcosa che sia impossibile adempiere.

Invero erudisci! Per questo motivo la Toràh non fu data ai nostri santi padri Abramo, Isacco e Giacobbe, e questo durò fino all'esodo dall'Egitto, quando uscirono e divennero una nazione completa, costituita da 600.000 uomini d'età uguale o superiore ai venti anni. Allora fu chiesto ad ogni singolo membro della nazione se avrebbe accettato questo sublime lavoro e solo dopo che ogni membro della nazione ebbe acconsentito con tutto il cuore e con tutta l'anima e disse: «Lo faremo ed ascolteremo» (Esodo 24, 7), divenne possibile osservare la Toràh per intero, cosa che uscì dall'ambito dell'impossibile ed entrò nell'ambito del possibile.

Perché è certo che se 600.000 uomini si allontanano da tutte le loro occupazioni per i bisogni personali e non hanno a che fare nella loro vita oltre che per essere di guardia affinché non manchi nulla ai loro amici; e non soltanto ma occupandosi di questo con immenso amore con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima, nell'intera estensione del precetto «Ama il tuo amico come te stesso», allora è chiaro, senza ombra di dubbio, che la necessità di ogni persona della nazione di preoccuparsi della propria sussistenza è annullata. Per questa ragione egli divenne del tutto libero dalla della propria esistenza, potendo facilmente adempiere il precetto «Ama il tuo amico come te stesso» secondo tutte le condizioni spiegate nel terzo e nel quarto brano.  Infatti come egli si dovrebbe preoccupare della propria sopravvivenza quando 600.000 uomini che lo amano fedelmente, sono vigili in estrema sorveglianza  per non fargli mancare nulla di ciò che necessita?

Di conseguenza, dopo che tutti i membri della nazione lo accettarono, fu subito data a loro la Toràh, dato che allora erano diventati idonei ad adempierla. In effetti, prima di moltiplicarsi fino a giungere alla misura di una nazione completa ed ovviamente all'epoca dei nostri padri (che erano solo singoli sulla terra), essi non erano veramente qualificati ad osservare la Toràh nella forma desiderata. Questo perché con un piccolo numero di persone è impossibile anche solo iniziare ad occuparsi dei precetti tra uomo ed il suo amico secondo il polo di «Ama il tuo amico come te stesso», come è stato spiegato nei paragrafi 3 e 4 e di conseguenza non fu loro data la Toràh.

 

17. Secondo quanto è stato detto sopra poteremo capire uno dei più sorprendenti tra gli enunciati dei nostri Saggi, affermando che tutti Israele sono arevìm (garanti) uno  dell’altro, poiché in apparenza ciò non è affatto giustificato. E’ possibile che se uno commettesse un peccato o una trasgressione, provocando la collera del suo Artefice, il Creatore riscuoterebbe da te il suo debito, malgrado tu non abbia nessuna conoscenza o connessione con lui? Eppure è scritto «Non si metteranno a morte i padri per (colpa) dei figli... ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato», e come si afferma che tu sei garante dei peccati persino di chi ti è totalmente estraneo, non lo conosci e neppure sai dove stia?

Se non ti bastasse questo, leggi Massekhet Kidushin pag. 40: «Rabbi Elazar figlio di Rabbi Shimon dice che dato che il mondo viene giudicato secondo la maggioranza, e l’individuo viene giudicato secondo la  maggioranza, se ha compiuto un precetto, sia egli beato per aver fatto prevalere il piatto dei meriti, a favore di se stesso e di tutto il mondo, e se ha commesso un peccato, guai a lui per aver condannato se stesso e tutto il mondo sul piatto dei debiti, poiché è stato detto: un solo peccatore perderà molto del bene».

Ed ecco che Rabbi Elazar figlio di Rabbi Shimon mi ha reso garante anche per l’intero mondo, poiché secondo la sua affermazione (di Rabbi Elazar) tutti gli esseri umani sono garanti gli uni degli altri, ed ogni individuo può causare con le proprie azioni il merito o il debito del mondo intero. E questa è una sovrapposizione di incomprensioni di una sull’altra.

Però secondo ciò che abbiamo interpretato sopra, le loro parole sono comprensibili ed hanno il consenso per la loro semplicità, poiché abbiamo dimostrato che ogni singolo particolare dai 613 precetti della Toràh girano intorno a quest’unico ed estremo precetto di «Ama il tuo amico come te stesso», ed è stato chiarito che non è possibile osservare ciò se non dall’intera nazione, i cui membri sono pronti per una tale cosa.

 
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