Chiariamo l’argomento della dazione.
Quando un uomo serve una
persona, considerata importante agli occhi del mondo, quest' ultimo non è
obbligato a retribuirlo per il lavoro svolto, in quanto è (già) rilevante
servire una persona importante e questo, di per sé, è come se lo avesse
retribuito. Vale a dire che, se egli sa, che si tratta di una persona notevole,
egli è già ricompensato per essere stato utilizzato e non deve ricevere una
ulteriore soddisfazione, poichè il suo godimento proviene dal fatto stesso di
servire.
Cosa che invece non succede con
una persona semplice; in quel caso egli non ricaverà nessun piacere nel servire
e dovrà, quindi, essere ricompensato. Mentre, per lo stesso utilizzo, se
concesso ad una persona importante, egli non è obbligato a retribuirlo.
Per esempio, arriva con un
aereo una persona importante, in mano ha una piccola "Mesuza"
(valigia) e molte persone attendono il suo arrivo, l'uomo importante porge la
sua valigia a qualcuno perché la posi nella sua macchina, con la quale ripartirà
per tornare a casa; diciamo che vorrà ricompensarlo con 100$, certamente
quest'ultimo rifiuterà di ricevere (tale somma) da questa persona, per il solo
fatto che ha già ricevuto un piacere (retribuzione) maggiore del valore dei
cento dollari che gli vengono offerti.
Mentre se si tratta di una
persona semplice, in quel caso neanche dietro compenso lo servirebbe, ma gli
direbbe che "ci sono qui dei facchini e potranno posare la valigia in
macchina, per me servirti non è decoroso; dato che questo è il mestiere dei
facchini, se darai loro un compenso, saranno felici di servirti”.
Si deduce da ciò che, per la
stessa azione da lui compiuta, secondo per chi egli compie l'azione, risulta
una differenza e una distinzione enorme. Se egli compie l'azione per una
persona importante, e ciò dipenderà solamente dall'importanza conferita dalla
sua sensibilità alla persona, (cioè) cosa prova egli di fronte la grandezza di
un uomo importante. E non è rilevante, se egli capisce che si tratta di un uomo
importante, oppure se il suo ambiente lo considera una persona tale, ( nei due
casi) egli avrà in sé, già la forza (necessaria) per servirlo, non gli
occorrerà nessun compenso, come suddetto.
E secondo tutto ciò che è stato
già ribadito su tale argomento, occorre comprendere qual'è la vera intenzione
dell'uomo che serve una persona importante. Se il suo intento, è quello di
provare piacere nel servirlo, e (quindi) il fatto di servirlo è per lui una
gratificazione importante, oppure se il semplice fatto di servirlo gli procura
piacere. Egli non sa da quale fonte proviene il suo piacere quando serve una
persona importante. Stà di fatto che per lui è una cosa naturale, ha
l’occasione di (provare) un grande piacere, perciò vuole essergli utile.
Questo vuol dire che nelle sue
intenzioni (distingue), se tale persona è importante ed in quel caso vorrà
allora che la persona in questione riceva un certo piacere. Oppure vuol
servirlo perchè egli stesso se ne rallegra. Vale a dire che, se egli potesse
ricevere lo stesso appagamento che prova servendolo, tramite alti mezzi, in
quel caso rinuncerebbe a tale servizio. Poiché vuole servirlo solo perché da ciò
può ricavare una certa pienezza ed è per questo che lo serve.
Ma la questione è se il
servizio è dato perché vuole procurare piacere alla persona importante, il
fatto di essere appagato dal servizio reso è soltanto un esito e l'intenzione
non è rivolta a sè ma solamente ad arrecare grande piacere alla persona
importante, oppure se veramente le sue valutazioni non sono in funzione della
persona importante, ma in funzione del piacere che egli può ricevere da ciò.
E se chiedessimo, che ricavo
egli ne riceve? Con quale intenzione agisce? la risposta andrebbe ricercata
nella conoscenza del significato "kli de hashpaa'" (vaso della
dazione).
Troviamo tre distinzioni
nell'azione della dazione:
1) Egli è impegnato in faccende
riguardanti la dazione verso il prossimo, sia con il proprio corpo e sia con il
proprio denaro, (e questo) per ricevere in cambio un compenso, vale a dire,
egli non si accontenta del piacere che gli procura l'uso che fa di sé, ma vuole
in cambio che gli venga data una seconda cosa. Per esempio vuole, in cambio del
suo lavoro, ricevere onori e solo in vista di ciò trova le forze (necessarie),
mentre invece, se non fosse certo di ricevere in cambio onori, in quel caso non
farebbe ciò che (ora è pronto) a compiere a favore del prossimo.
2) Egli si impegna in cose che
riguardano la dazione al prossimo e non desidera ricevere nessun compenso per
il suo lavoro. Cioè una cosa non vale l'altra, ma egli è (già) appagato del
fatto che compie azioni di dazione. E, per sua natura, si compiace di compiere
buone azioni per gli alti.
Questo è certamente un gradino
più alto del primo e, da ciò, possiamo vedere che egli compie azioni con
l'intento di procurare piacere agli altri. Dobbiamo nominare ciò come "donare
per donare”.
Se vogliamo, però, approfondire
un pò la cosa, esaminiamo, qual'è il suo vero intento nel fatto di donare agli
altri; se egli compie tutte queste azioni perché vuol essere appagato, il che
vuol dire, amore per il proprio sè, dato che per sua natura si compiace di atti
di donazione; oppure se il suo intento è quello di godere del fatto che gli
altri ricevano cose buone. Ciò significa che egli è appagato della gioia degli
altri, perciò si adopera perché quest'ultimi ricevano un certo benessere e
possano godere della loro vita.
E se per caso scorge che
qualcun'altro, per esempio qualcuno della sua città, vuol compiere gli stessi
atti, ed è anche più capace di lui, in quel caso egli è pronto a rinunciare al
proprio piacere, malgrado il piacere che gli atti di donazione gli procurano, e
si adopererà affinché l'altro compia gli atti in questione.
Mentre, certamente, se questa
persona si adopera in atti di donazione senza chiedere nessuna ricompensa per
il lavoro svolto, ed egli, pur sapendo che l'altro è più abile, tuttavia non è
pronto ad accettare che l'altro compia gli atti di donazione a favore dei suoi
concittadini, in questo caso non si può dire che ciò si chiama "donare per
donare", poiché infine, ciò che è risolutivo in lui, è l'amore per il
proprio sé.
3) “Colui che lavora” per non
ricevere nessun compenso, anch'egli vede che vi è qualcuno più abile, ma
rinuncia al proprio piacere di donare agli altri, e si preoccupa solamente del
bene del prossimo “Ciò si chiama” dona per donare
In tal caso, vi è qui una
grande distinzione che occorre chiarire, cos'è veramente l'intenzione?
Se egli vuole essere (solo)
appagato e, perciò, lo serve oppure se il suo intento ed il suo desiderio è
quello di procurare benessere ad una persona importante.
E per comprendere suddetta
distinzione, si può spiegare il fatto, con l'immagine con cui un uomo potrebbe
tratteggiare se stesso. Essendo questi una persona molto importante è ovvio che
vuole compiacerlo per rallegrarlo. Perciò vuole servirlo. Ma, compiendo per
costui il servizio, prova gioia e piacere e sente che tutti i piaceri che egli
ha provato nella sua vita e che prova ora, non hanno nessun valore in confronto
a ciò che prova adesso in quanto sta servendo la persona più importante del
mondo, e non ha parole per esprimere la sua soddisfazione del fatto di
desiderare di arrecare gioia ad una persona importante.
Ed ora egli può esaminare se stesso,
il suo intento, il fatto di desiderare e rallegrare una persona importante.
(Oppure) Se egli si preoccupa del proprio tornaconto, cioè, se il fatto di
volerlo soddisfare è in ragione del piacere che ne ricava? Oppure, tutto il suo
intento, invece, è quello di compiacere la persona importante al fine di
arrecargli gioia dato che l'importanza della persona risveglia in lui un grande
desiderio, quello di servirlo.
Perciò, anche mentre serve,
egli prova un grande piacere, quello che si prova rendendosi utile; tuttavia,
se egli viene a sapere che vi è qualcuno che, se servisse la persona
importante, quest'ultimo ne ricaverebbe un piacere maggiore, egli allora
rinuncia al proprio godimento, a quel piacere che potrebbe ricavare nel servire
e sceglie volentieri che sia l'altro a compiere il servizio, a affinché la
persona in questione tragga un maggiore beneficio di quello che riceverebbe se
fosse invece lui a servirlo.
Ne deduciamo che egli rinuncia
a servire, pur provando un immenso piacere del proprio servizio e, con tutto ciò,
rinuncia a favore della persona importante perché questi possa godere
maggiormente, non pensando quindi a se stesso.
Questo si chiama, che egli non
ha nessun intento di beneficiare se stesso ma è tutto rivolto verso la dazione,
senza prendere in considerazione se stesso.
Allora egli avrà la completa
chiarificazione, che non può abbindolare se stesso (non e' capace di mentire a
se stesso). “E ciò si chiama” dazione completa.
Occorre, però, sapere che
l'uomo non può raggiungere ciò con le sue proprie forze. Su ciò fu detto
"la natura malvagia dell'uomo prende il sopravvento su di lui ogni giorno
ed egli cerca di distruggerla” e fu detto “il malvagio guarda il giusto e cerca
di distruggerlo”. E se il Creatore non venisse in suo aiuto, egli non
riuscirebbe a prevalere sulla sua natura malvagia. Come fu detto, “il Creatore
non ci abbandonerà nelle sue mani”. ( Kiddushim –let. Lammed).
Ciò vuol dire che l'uomo deve
vedere in anticipo (prevedere) se possiede le forze (necessarie) per arrivare a
compiere azioni il cui intento è quello di deliziare il Creatore. Ed allora,
quando sarà arrivato alla consapevolezza che le sue forze non gli permettono di
raggiungere ciò, a quel punto l'uomo concentrerà la sua Torà ed i suoi Precetti
su un solo punto, ed è "la luce che perviene (e) lo rende migliore” e
questo sarà tutto il compenso che egli si aspetterà di ricevere dalla Torà e
dai Precetti, cioè che la ricompensa della sua "ighiia" ( il suo
faticoso lavoro spirituale) si adempierà con la forza chiamata "forza
della dazione" concessa dal Creatore.
Dato che vi e' un principio
secondo il quale "chi dà una qualsiasi "ighiia" (chi si
sottomette ad un qualsiasi duro lavoro spirituale), vuol dire che annulla il
suo riposo per il (semplice) motivo che desidera qualcosa, sapendo che senza la
"ighiia" non gli verrà concessa, quindi deve "lehitiiaghea"
(lavorare spiritualmente e faticosamente). Malgrado tutto ciò, chi
"mitiiaghea" (lavora spiritualmente duramente) per attuare la Torà ed i Precetti, a lui manca certamente qualcosa.
Perciò lavora duramente,
attuando la Torà ed i Precetti, per raggiungere, in questo modo, il suo
desiderio.
Secondo tutto ciò l'uomo deve
prestare un pò della sua attenzione e un pò del suo senno, prima ancora di iniziare
il suo lavoro "il lavoro di Dio" (la ricerca spirituale di Dio), che
cosa desidera? Cioè, quale gratificazione vuole (ricevere) in cambio del suo
lavoro? Oppure, diciamo in modo più semplice, qual'è il motivo che lo costringe
ad occuparsi della Torà e dei Precetti?
Ed allora, quando medita su
questa cosa, cioè sulla comprensione di cosa gli manca e (sul fatto) che deve
lavorare duramente per (raggiungere) questa cosa, allora l'uomo comincia ad
avere molti pensieri (molte risposte), fino al punto che gli sarà difficile sapere
cosa desidera.
Perciò vi sono molte persone
che, quando cominciano a pensare per quale fine lavorano, non riescono a
stabilire qual'è il vero fine ed allora (arrivano) a dire: "perché
dovremmo faticare in pensieri di ricerca ?" ( perche' dovremmo interrogarci?)
ed allora lavoreranno senza un fine, e diranno: "lavoriamo per il mondo
dell'aldilà. E cos'è l'aldilà? Perche dovremmo pensarci? Dobbiamo credere
soltanto che è una cosa buona e questo ci basta. Quando riceveremo la
ricompensa dell'aldilà allora sapremo che cos'è. Perchè dovremmo entrare in
(tante) investigazioni?” soltanto alcuni, dicono (invece) che c'è un punto
(importante) ovvero l'equivalenza con il Creatore. E, per conseguire
l'equivalenza con il Creatore, si deve raggiungere l'equivalenza della forma,
cioè "quanto Egli è misericordioso, tanto voi sarete misericordiosi".
Ed allora inizierà lo sforzo di raggiungere l'equivalenza della forma, affinché
tutte le sue azioni siano nella distinzione della dazione, perché solo allora è
possibile sormontare la restrizione e l'occultamento che esiste nel mondo, che
ad esso è dovuto, ed iniziare a percepire la Santità.
Però appena inizia il suo
lavoro per conseguire il gradino della dazione, allora egli vede (si rende
conto) che è molto lontano da ciò. Che non riesce sia nella volontà, sia nelle
parole e sia nelle azioni a rivolgere il suo intento verso la dazione. Allora
non sa che fare per conseguire la forza della dazione. Ogni volta che accresce
le forze, vede che tutto ed oltre dipende (solo) da Lui. Fino a che arriva alla
consapevolezza che non potrà mai arrivare a ciò, a tale realtà, perché non
rientra nei limiti umani. Allora raggiunge la consapevolezza che il Creatore
solamente puo' aiutarlo, come detto in precedenza. E soltanto allora capisce che
deve impegnarsi nella Torà e nei Precetti per essere ricompensato. E la sua
ricompensa, quella per cui lavora così duramente, è quella per la quale il
Creatore gli darà la forza della dazione. Questo è il compenso nel quale spera,
poiché vuole raggiungere l'aderenza al Creatore che è la distinzione
dell'equivalenza e che (a sua volta) è la distinzione della dazione.
E questo e' tutto il suo
compenso, quello su cui egli confida; quindi, sul fatto della sua
"ighiia" (lavoro spirituale) nella Torà e nei Precetti, egli spera
che gli venga dato qualcosa che egli non può raggiungere da sé; ma occorre che
sia un altro a dargli. Come avviene tramite la via della "ighiia"
(nel mondo) della materia, dove egli non può procurarsi il danaro
(rivolgendosi) a se stesso, perciò è costretto a "dare ighia"
(lavorare duramente) ed in questo modo egli riceve il danaro. Così (anche)
nella spiritualità, quello che egli non può conseguire con le proprie forze,
occorrerà (dunque) che qualcuno gli lo dia, e questo noi lo chiamiamo
"compenso”.
Perciò, quando un uomo desidera
raggiungere la dimensione della dazione, in quanto desidera raggiungere
l'aderenza al Creatore. Ed a tale dimensione non egli non può arrivare ma
occorre che questo sia dato dal Creatore. Ed è ciò che egli vuole: che gli
venga dato ciò che si chiama "compenso".
E poiché vi è un principio per
cui "se si vuole un compenso, occorre dare ighiia" (lavorare
duramente), perciò egli attua i Precetti e la Torà, affinché questo "compenso" chiamato la "forza della dazione" gli venga concesso, che vuol
dire, liberarsi dell'amore di sè e ricevere le forze per impegnarsi solo
nell'amore del prossimo.
Ed è ciò ciò che fu detto
"per sempre dovrà impegnarsi nella Torà e nei Precetti (anche) ‘non in Suo
nome’, tramite ‘non in Suo nome’ si consegue ‘in Suo nome’, poiché a Luce lo
perfeziona" vale a dire come già detto: Mediante la "ighiia"
della Torà e dei Precetti raggiungerà ‘in Suo nome’ e, così, arriverà al
gradino ‘in Suo nome’, avendo egli precedentemente lavorato duramente. Quindi
ottiene la "Luce che perviene e perfeziona". E si chiama, forza della
dazione che dal cielo gli viene concessa.
Però c’è da chiedersi, perché
deve anticipatamente "lehitiaghea" (logorarsi) e (soltanto)
successivamente gli viene data la Luce della Torà? Perché non gli viene data
immediatamente la Luce della Torà? E (perché) non ricevere istantaneamente la
perfezione? E perché "lehitiaghea" (lavorare duramente) riversare le
proprie forze inutilmente e perdere anche tempo inutilmente? Eppure sarebbe molto
meglio se gli fosse concessa la Luce all'istante, all'inizio del suo lavoro; vale
a dire, ricevere immediatamente la Luce e prontamente iniziare il lavoro ‘in
Suo nome’.
La questione è che “non vi è
Luce senza Kli (vaso)"; ed il "Kli" si chiama desiderio. Cioè,
l'uomo che prova il "hisaron" (la mancanza) ed il desiderio di
colmare tale mancanza, si chiama "Kli" (vaso). E solo allora, quando é
in possesso del "Kli", cioè il desiderio di un certo
"riempimento" (desiderio di essere colmato), allora sarà pertinente
(opportuno) dire, che gli viene dato il "riempimento" (gli viene
concesso di essere colmato) ed egli sarà soddisfatto del
"riempimento" che gli è stato dato. Poichè questo è ciò che
desiderava. Ed il "compenso" si chiama "riempimento”.
Egli riceve il desiderio in
assoluto, ed ancor più nella misura dell'importanza del "riempimento";
è in ragione del desiderio e dell'intensità dei tormenti vissuti, (quindi)
nella stessa misura egli gioirà del "riempimento”.
Malgrado tutto ciò, non è
possibile dare all'uomo la Luce che lo riscatterebbe quando egli non prova
nessun desiderio per tutto questo, dato che il perfezionamento vuol dire,
perdere l'amore di sè e, se gli venisse detto "lavora, e per questo lavoro
non riceverai più il desiderio di amare te stesso", questo non sarebbe
considerato dall'uomo un "compenso". Ma, al contrario, l'uomo
penserebbe allora che, in cambio del lavoro svolto per il padrone, gli sia
stato fatto un torto invece di ricevere una cortesia per il suo duro lavoro.
Fino al punto di perdere in un attimo tutto l'amore per sé; e chi accetterebbe
ciò?
Perciò l'uomo deve
precedentemente imparare (a conseguire) ‘in Suo nome’ ed in tal modo troverà un
aiuto da parte del corpo, in quanto l'uomo è disposto a rinunciare ad un
piccolo piacere per ricevere uno più grande. Ed in funzione della (sua) natura
l'uomo non può figurarsi un piacere che non sia fondato sulla base dell'amore
per sè.
Perciò gli vien detto che,
attuando la Torà ed i Precetti, egli riceverà la ricompensa. E questa non è una
menzogna. Egli certamente riceverà la ricompensa.
Cioè si dice che tramite la
"ighia" (lavoro spirituale) nella Torà e nei Precetti, egli riceverà
la ricompensa e questa è una verità. Certamente riceverà una ricompensa, ma la
ricompensa cambierà.
Perché ad esempio il padre dice
a suo figlio, se farai il bravo, ti comprerò un automobile, quella con cui
giocano i bimbi, l'automobilina di plastica. Il padre in seguito parte per
l'estero e torna dopo alcuni anni. Il figlio è già grande e rivolgendosi al
padre gli dice "padre tu, prima di partire per l'estero, mi avevi promesso
un auto, un automobile di plastica". Il padre allora va e compra, al posto
di quella, un'auto vera, con la quale può raggiungere luoghi lontani. Allora il
figlio, essendo già in età di comprendere, capisce che ormai non è più
opportuno (avere) un automobile di plastica ma un auto vera. E' il caso di dire
che il padre lo ha ingannato?
Certamente no. Ma il figlio
vede (capisce) ora, che quando era ancora piccolo non poteva comprendere
altrimenti, e certamente (allora poteva capire) solo (se si fosse trattato) di
una ricompensa "senza valore”.
Anche in questo caso, si inizia
con una ricompensa "senza valore", chiamata "non in Suo
nome", vale a dire che egli si aspetta di ricevere una certa ricompensa
che non ha nessun valore in confronto alla vera ricompensa. Ed (in seguito), si
riceverà, o meglio conseguirà "in Suo nome", che (in definitiva) è un
Kli dal quale si possono ricevere le gioie ed i piaceri che il Creatore vuole
dare e che sono le vere delizie.
Da cio' si deduce che dire che
lavora "non in Suo nome", poiché riceve un compenso, questa “è una
verita”. Vale a dire, anche se nelle sue intenzioni vi è il desiderio di
donare, tuttavia egli riceve un compenso. E qui tutta la menzogna è nel
compenso stesso. Poiché l'uomo, quando si trova (ancora) "non in Suo
nome", pensa ad un altro compenso che gli sarà dato. Ed il "Kli"
(vaso di ricezione), si chiama "amore di sé”.
Cosa invece che non avverrà in
seguito, quando l'uomo, crescendo, comincia a capire che sono principalmente i
"Kelim" (vasi) quelli che ricevono il compenso. E precisamente nei
vasi di dazione; appunto in quei vasi si ricevono le vere gioie e delizie. Ed
allora egli sente di essere l'uomo più felice sulla terra. Dunque non si tratta
del compenso che si aspettava, quando era ancora nel "non in suo
nome", quando era in grado di ricevere solo un compenso adatto ad un
bambino.
Coerentemente a questo, quando
gli viene insegnato, (tramite) "in Suo nome", a ricevere piaceri e
compensi per il proprio lavoro, ciò non si chiama "menzogna", poiché
egli non ha perso niente, in quanto viene scambiato un piccolo compenso con uno
più grande; ma occorre chiarire, che "non in Suo nome", cioè questa
(forma) di compenso, non è il (suo) vero nome, come egli crede, ma che il
compenso ha un altro nome (diverso) da quello da lui valutato. Però il
compenso rimane un compenso, non si cambia il compenso, si cambia solo il nome
del compenso; cioè, dal "compenso menzognero ed immaginario", al
"compenso veritiero”.
E dal suddetto ne consegue che,
l'essenza di quello che l'uomo deve ricevere in cambio della sua
"ighia" (del suo faticoso lavoro spirituale) nella Torà e nei
Precetti, è di ricevere dal Creatore i "Kelim" (vasi) della
dazione, cosa che l'uomo da sè non può conseguire, dato che essi sono in
contrasto con la Natura; però questi sono un dono (concesso) dal cielo. Questo è
il suo compenso, quello che sempre si augurava "quando sarò capace di
rallegrare il Creatore" e poiché si auspicava questo compenso, questo si
chiama "il suo compenso”.
E, per capire il suddetto,
bisogna studiare l'introduzione generale del libro "Panim masbirot"
(tad. lett. faccia cordiale) (trad. libera “il libro che affabilmente esprime
ed interpreta”) lettera Ghimel, Dalet-Hei e "Dalet Ain" dove è
scritto "la radice del buio è il ‘Masah’ (lo schermo) senza ‘Malhut’; e la
radice del compenso proviene dalla Luce riflessa che si crea con il "zivug
deaccahà" (unione con la Luce diretta che viene rinviata)”.
Egli dà il nome alla radice di tutto ciò
che vediamo in questo mondo. Vale a dire che, tutto ciò che vediamo in questo
mondo, sono tutti rami generati dalle radici dei Mondi Superiori. E dice
inoltre "la radice della "ighia" (duro lavoro), ciò che l'uomo
risente in questo mondo, è originato dallo schermo del ‘Kli Malhut’ ".
Questo vuol dire che il "Kli", quello in possesso delle Creature
chiamato "desiderio di ricevere delizie", è ciò che ha creato il
Creatore, poiché il suo desiderio è quello di deliziare le sue Creature. Perciò
creò il desiderio di ricevere delizie. Questo si chiama "Malhut"
delle sfere Superiori.
Ed in seguito appuriamo che si è
verificato il fatto del "zimzum" (restrizione), il cui significato è che
egli non vuole essere colui che riceve, poiché desidera l'equivalenza della
forma con il Creatore. Per cui si genera un principio, nella Santità, con il
quale non si può riceve nessuna cosa senza che questa sia diretta verso la
dazione.
Questo è il fatto del
"ticun" (perfezione ) del "masah" (schermo); trattandosi di
Luci Superiori, il fatto che non si desidera ricevere la Luce, viene chiamato "masah" (schermo). Come nel caso di un uomo, quando la luce
del sole illumina fortemente la casa ed egli non desidera la luce del sole,
allora usa una tenda od uno schermo perché (i raggi) del sole non illuminino la
casa.
Perciò, quando si parla di Luci
Superiori, quando "Malhut", pur desiderando enormemente ricevere la Luce delle delizie, tuttavia rinuncia a questo piacere e non lo riceve, perché desidera
l'equivalenza della forma che si chiama "ighia"; Egli fa qualcosa che
non desidera affatto fare, vale a dire, impedisce a se stessa di ricevere le
delizie.
Ed anche nel mondo fisico,
quando l'uomo deve rinunciare a qualsiasi piacere, ciò si chiama
"ighia". Per esempio, un uomo che ama il riposo e per un motivo
qualsiasi o per necessità, rinuncia al suo riposo ed va e compie una data cosa.
Ciò si chiama "ighia”.
Inoltre egli ci mostra come, il
"ramo fisico", quando riceve il compenso, dove mette le sue radici
nei Mondi Superiori. Egli ci mostra che la radice del compenso si estende dalla
Luce riflessa, che a sua volta è il desiderio di dazione, originato dal “zivug
deaccaha" (unione non diretta dove la Luce viene rinviata) attuato tra la Luce Superiore e lo schermo ed il desiderio di ricevere ( Taas –parte Dalet);
e lì è scritto: "la Luce riflessa che riveste nasce da due forze". La
questione del "zivug deaccahà", nella spiritualità si ha quando due
cose sono contrari uno all'altro.
Esaminiamo questa "accahà",
dove la questione è che da un lato egli desidera ardentemente tutto ciò, poichè
si rende conto che potrebbe ricavare un grande piacere, ma d'altra parte egli
rinuncia e non riceve il tutto dato che desidera l'equivalenza della forma.
Abbiamo qui dunque due
desideri:
1) Desidera
ricevere piaceri
2) Desidera
l’equivalenza della forma
E da queste due cose nasce una
(terza) cosa nuova ”La luce riflessa che riveste”
Con questa forza egli può, in
seguito, ricevere la Profusione Superiore in quanto, questa Luce riflessa, è il
vaso adatto a ricevere l'abbondanza. Vale a dire che questo vaso ha due cose:
1) Riceve
le delizie che si trovano nella Profusione Superiore e che provengono dal
Pensiero Divino, ovvero deliziare le sue creature.
2) E nello
stesso tempo si ritrova nell'equivalenza della forma che è la fase
"bet" (seconda fase) quando riceve la dazione. Dunque possiamo vedere,
dal summenzionato, che tutto il compenso è (unicamente) Luce riflessa ed è la
forza della dazione che il (livello) inferiore riceve dal (livello) Superiore,
che egli chiama "Luce riflessa", significando (con ciò), quello che
l'inferiore dà al Superiore.
Intendendo (con ciò) che la
dazione, data dal Creatore, viene chiamata "Luce diretta". Secondo
quanto è scritto: "ed il Creatore creò l'uomo diretto(retto)". Vale a
dire, come (già) studiato, che il pensiero Divino fu quello di deliziare le sue
creature.
Quindi gli inferiori ricevano
l'abbondanza . Questo si chiama "diretto”
Ma, coloro che ricevono
l'abbondanza, vogliono anche l'equivalenza della forma, perciò abbiamo la
correzione chiamata "Luce riflessa". Cioè colui che riceve
l'abbondanza non la riceve per il proprio piacere ma perché desidera donare al
Superiore.
Questo vuol dire che come il
Superiore desidera che colui che riceve, sia colmo di piaceri ed altrettanto
(desidera) colui che riceve le donazioni; intendendo, egli, ricambiare le
delizie con Colui che dona, perché il Superiore possa goderne ed i suoi
pensieri siano colmi di Lui (ed a Lui vadano i suoi pensieri)
Di conseguenza, l'essenza
del compenso é la Luce riflessa, cioè la forza della dazione, quello che
l'inferiore riceve dal Superiore.
Però occorre capire perché
diciamo che il "Kli" chiamato "forza della dazione", é
tutto il compenso. Eppure il compenso significa qualcosa che si riceve, come si
dice: "lavoro per ricevere un compenso", E come si dice, il fine
della creazione è deliziare le Sue creature, cioè (in definitiva) ricevere un
compenso. Qui (invece) diciamo, che il compenso è chiamato "la forza della
dazione"; e da ciò capiamo che il compenso deve essere (inteso) che l'uomo
consegue il Creatore ed i segreti della Torà, etc. Ma egli cosa dice? Che il
compenso è nel fatto che conseguiamo la forza della donazione, cioè la
"forza della dazione". E vien detto ancora che proviene dalla radice
Superiore e vien chiamata "Luce riflessa”; così secondo il principio noto
"più di quanto il vitello vuol poppare, la mucca vuol allattare".
Quindi ne consegue, che il
Creatore vuol dare alle creature più di quanto esse vogliano ricevere. Ma chi
preclude? Bisogna dunque ricordarsi la questione della restrizione, che fu , ed
è (tuttora la causa) per la quale le creature trovano un interesse
nell'equivalenza della forma. Ed è una correzione, affinché non si verifichi
"nehama decasufa" (aramaico- il pane dell'onta) originato dalla
nostra radice.
Essendo il Creatore la
manifestazione della donazione e non, Dio non voglia, della ricezione; non
avendo Egli (alcuna) mancanza e quindi (alcun) interesse di ricevere. Quindi
secondo il principio della nostra natura, ogni ramo vuol eguagliare la sua
radice; Di conseguenza, quando l'inferiore deve compiere qualche azione che non
si trova nella radice, egli prova disagio.
Si deduce da ciò che
l'abbondanza è Luce e gioia; per questa cosa l'uomo non deve compiere
nessun'azione. Egli la riceverà, come sopra citato, poiché più di quanto la
creatura vuol ricevere il Creatore gli vuol dare. Ma, come sopraindicato, la
creatura non ha il "Kli" per godere delle gioie che gli saranno date,
per il motivo dell'onta, come già accennato. Ne consegue che tutto il nostro
compenso, tutto quello che ci manca, è il "Kli" chiamato: "forza
della dazione", poiché solo i "Kelim" (vasi-desideri) ci mancano
e non le Luci.
Ne consegue da ciò che,
l'essenza del compenso, è la forza della dazione .
Ma per conseguire questo "Kli"
chiamato "desiderio di dazione", occorre avere il desiderio, cioè, sentire
la mancanza di questo "Kli". Perciò bisogna impegnarsi nella Torà e
nei Precetti prima "non in Suo nome", (questa) é la nostra
"ighia" dove scopriamo che qualunque cosa noi si faccia é sempre a
nostro beneficio senza alcun intento di dazione. Allora scopriamo che ci manca
la forza della dazione e vogliamo ricevere il compenso del nostro lavoro, (cioè)
che il Creatore ci dia questo compenso che é il desiderio di donare. E quando
avremo questa forza, potremo ricevere gioia e delizia, gia pronte, per le quali
non dovremo lavorare, poiché ciò verrà dato dal Creatore. Occorre solo che
l'uomo si elevi sempre, gradino per gradino, e riesca a conseguire ogni volta,
solo la forza della dazione, poi niente più gli mancherà.