Cos'è che il Creatore odia i
Corpi, nel Lavoro
Ecco che il Santo Zohar dice che il Creatore
odia i corpi. Disse, (ndr. Baal HaSulam), che va interpretata
l’intenzione che riguarda il desiderio di ricevere, e chiamarla
Corpo.
Perciò questo è in contraddizione con ciò che il
corpo afferma, che tutto è per sé, vale a dire che è solo a suo proprio
beneficio. Ed il Creatore dice il contrario, che tutto deve essere a beneficio
del Creatore. Ed è perciò che i nostri saggi hanno asserito che il Creatore
disse: «Io e lui non possiamo vivere nella stessa dimora ».
E secondo ciò risulta che la cosa principale che (ci)
separa dall'essere in adesione col Creatore è il desiderio di ricevere. E questo
si evidenzia quando l’empio arriva, e cioè quando il desiderio di ricevere per
il proprio sé arriva e chiede: «Perché
vuoi lavorare a beneficio di Dio?» E si crede che parli con argomentazioni di un
essere umano, e cioè che voglia capire con la mente. Ma questa non è la verità,
dato che egli (il desiderio di ricevere) non chiede per chi l’uomo
lavora, poiché certamente questo è un ragionamento intellettuale, infatti in
chiunque abbia intelletto, si risveglia questa trattazione.
Eppure l’argomentazione dell’empio, è una domanda
corporea. Cioè egli chiede: «Qual è il lavoro?» Cioè qual è il guadagno
che tu avrai in cambio dello sforzo che tu dai? Vale a dire che egli chiede: se
tu non lavori per il beneficio del tuo proprio sé, cosa ne ricaverà il corpo,
che si chiama desiderio di ricevere per il proprio sé?
E dato che questo è un ragionamento corporeo, l’uomo
non deve rispondere altro che con una risposta corporea che è: «Colpisci i suoi
denti, e se fosse stato là in Egitto, non sarebbe stato salvato». Perché? Dato
che il desiderio di ricevere per sé stesso non ha salvezza perfino al tempo
della salvezza - Geulà. Poiché il caso della salvezza ci sarà quando
tutti i benefici entreranno nei vasi della dazione assoluta e non nei vasi di ricezione.
Il desiderio di ricevere per sé stesso deve rimanere sempre nella carenza poiché
il riempimento del desiderio di ricevere è proprio la morte. E il motivo, come
abbiamo già affermato, è che la parte principale della Creazione fu creata in onore del Creatore (e questa è la risposta rispetto
a ciò che è scritto, che il Suo desiderio è Beneficiare le Sue creature e non –
Dio ce ne scampi- per Se stesso).
L’interpretazione è che la parte principale della
Creazione, che sarà rivelata a tutti, ha lo scopo di beneficiare le Sue
creature, proprio quando l’uomo dice di essere stato creato per onorare il
Creatore. Allora in questi vasi sarà rivelato lo scopo della Creazione, che è
quello di beneficiare le Sue creature.
Ed è perciò che è imposto all’uomo di esaminare
sempre sé stesso, lo scopo del suo lavoro, e cioè che in ogni azione che egli
compie deve verificare se il Creatore ne sarà beato, poiché egli desidera
l’equivalenza della forma con il Creatore. E questo si chiama: «Tutte le tue
azioni saranno in nome del Cielo», e cioè che di tutto ciò che l’uomo fa,
desidera, di questo ne goda il Creatore, come è scritto di «compiacere il suo
Artefice».
E con il desiderio di ricevere bisogna comportarsi
con esso dicendogli «Io ho già deciso che non voglio ricevere nessun godimento
solo perchè tu desideri godere». Dato che rispetto al tuo desiderio io sono
costretto ad essere distaccato dal Creatore, poiché il cambiamento della forma
causa il distacco e la lontananza dal Creatore.
E la speranza dell’uomo, che non può liberarsi dal
controllo del desiderio di ricevere e che si trova sempre per questo in ascese
ed in discese, dovrebbe essere quella che gli spetti di diritto il Creatore, di
meritare che il Creatore diffonda in lui la Luce e che egli abbia la forza di
superare e di lavorare soltanto per il beneficio di Dio. E ciò è quello che è
scritto: «Io ho chiesto un’unica cosa al Creatore e questa è la cosa che
chiederò» quella cosa, che è la Divina Presenza e la quale sollecita «che io
segga nella casa di Dio tutti i giorni della mia vita», ed ecco che la casa di
Dio si chiama la Divina Presenza.
E nel suddetto capiremo ciò che hanno predicato i
nostri saggi scrivendo «e voi prendeste per voi nel primo giorno». Il
primo giorno del calcolo dei peccati. E si dovrebbe capire qual è la gioia se
c'è qua un resoconto dei peccati? E disse (ndr. Baal HaSulam) che
dobbiamo conoscere l’importanza dello sforzo (Yeghià), poiché
allora, c’è Magà, contatto tra l’uomo e il Creatore.
Cioè l’uomo sente di aver bisogno del Creatore dato
che egli allora, vede dal livello della Yeghià - sforzo, che non c’è
nessuno al mondo che possa salvarlo dallo stato in cui si trova tranne il
Creatore stesso ed allora l’uomo vede che «Non esiste nulla tranne Lui»,
che lo possa salvare dallo stato in cui si trova ed egli da ciò non può
sfuggire. E questo si chiama che ha uno stretto contatto con il
Creatore. E l’uomo non sa considerare questo contatto. Questo vuol dire che
l’uomo deve credere che allora è in adesione con Dio, cioè che tutto il suo
pensiero è soltanto rivolto al Creatore, cioè che Egli lo aiuterà. Altrimenti
l’uomo vede che è perso.
Eppure chi merita la Provvidenza privata, chi vede
che il Creatore fa tutto quanto, come è scritto che: «Egli stesso fa e farà
tutte le azioni», comunque l’uomo non ha niente da aggiungere, e comunque non
v’è spazio per la preghiera affinché il Creatore lo aiuti. Poiché egli vede che,
persino senza la sua preghiera, malgrado tutto il Creatore compie tutto e di
conseguenza non v’è posto per le buone azioni dato che vede che anche senza la
sua partecipazione tutto viene eseguito da parte del Creatore. Se è così, l’uomo
non ha bisogno del Creatore affinché lo aiuti a fare qualcosa ed allora poiché
comunque egli, non ha un contatto, Magà, con il Creatore, tanto da aver
bisogno del Creatore, fino al punto che se Egli non lo aiuta egli è perso.
Si è rilevato che il contatto che aveva con il
Creatore al tempo della Yeghià - sforzo, egli non lo ha più. E disse (ndr.
Baal HaSulam) che questa cosa assomiglia all’uomo che si trova tra la
vita e la morte e chiede al suo amico che lo salvi dalla morte. E in quale modo
egli chiede ciò al suo amico? Certamente, egli userà tutte le forze che si
trovano nelle facoltà dell’uomo, per chiedere al suo amico che abbia pietà di
lui e lo salvi dalla morte e certamente non si dimenticherà neanche per un solo
momento di pregare il suo amico, dato che altrimenti l’uomo si rende conto che
potrebbe perdere la propria vita.
E quindi chi chiede al suo amico cose superflue, che
non sono talmente necessarie, in tal caso il richiedente non è così aderito
(attaccato) al suo amico, tanto da esaudire la sua richiesta, ed essere completamente concentrato su questa richiesta.
È rilevato che rispetto alle cose che non sono una
questione di Vita o di Morte chi chiede non è così aderito a Colui che dà.
Perciò, quando l’uomo sente di dover chiedere al Creatore che lo salvi dalla
morte e cioè dalla distinzione di «Gli empi nella loro vita si chiamano morti»,
allora il contatto tra l’uomo ed il Creatore è un contatto stretto. E perciò
presso il Giusto -
Zadik, il luogo del lavoro è quello dove egli è
bisognoso dell’aiuto del Creatore, altrimenti è perso. I Giusti desiderano
ardentemente questa cosa, cioè questo spazio di lavoro, per avere un contatto
stretto con il Creatore.
Nel suddetto risulta che se il Creatore dà spazio al
lavoro, allora codesti Giusti ne gioiscono. E perciò hanno detto i nostri saggi:
«Il primo sul conto dei peccati», cosa che è per loro una gioia, dato che hanno
ora un posto di lavoro. Cioè che ora sono bisognosi del Creatore e possono
venire in contatto stretto con il Creatore, dato che non si può venire nel
Palazzo del Re se non per una necessità.
Cosi come è scritto: «E voi vi siete presi».
Hanno precisato nello scritto voi, e il motivo è dovuto al fatto che
«Tutto è nelle mani del Cielo tranne il timore del Cielo», il che significa che
il Creatore può dare la Luce dell’Opulenza perché questa cosa Egli la possiede
mentre invece la tenebra ed il luogo della mancanza, questo non si trova nei
Suoi confini.
E dato che c’è una regola che soltanto dal luogo
della mancanza si può ottenere il timore del Cielo ed il luogo della
mancanza si chiama desiderio di ricevere, e cioè che soltanto allora
c’e’posto per lo sforzo, a ciò che il corpo si oppone, quando il corpo viene
e chiede: «Qual è questo lavoro?» E a questa sua domanda l’uomo non ha
niente da rispondere. Poiché l’uomo è costretto ad accettare il giogo del Regno
del Cielo che è al di sopra della ragione «Come il toro al suo giogo, e l’asino
al suo carico», senza alcun contrasto. Mentre invece «egli disse facciamo il Suo
desiderio». E questo si chiama "a voi", cioè, questo lavoro appartiene
proprio solo a voi, e non a Me, cioè che il vostro desiderio di ricevere lo
obbliga al lavoro.
Mentre se il Creatore dal Cielo lo illumina allora il
desiderio di ricevere si arrende ed egli si annulla allora come la candela
davanti alla fiamma e comunque non ha ormai lo sforzo (Yeghià) perché non
deve assumersi l’impegno del peso del Regno del Cielo, costringendo se stesso
«Come il toro al suo giogo e l’asino al suo carico» come è scritto: «Oh voi che
amate il Creatore, odiate il male».
Questo significa, che l’amore di Dio viene richiamato
soltanto dal luogo del male e cioè nella misura in cui egli odia il male cioè
vede come il desiderio di ricevere lo intralcia nel raggiungere la completezza
della meta, nella stessa misura egli necessita di meritarsi l’amore di Dio.
Mentre se non sente di avere questo male egli non è
capace di meritarsi l’amore di Dio perché non ne sente la necessità, dato che ha
già soddisfazione nel lavoro.
E sul suddetto, l’uomo non
deve lamentarsi allorquando egli lavora con il desiderio di ricevere, desiderio
che lo disturba nel lavoro. E certamente l’uomo sarebbe stato più soddisfatto se
il desiderio di ricevere fosse stato assente dal corpo e cioè se non avesse
posto all’uomo le sue domande, disturbandolo nel lavoro del adempimento della
Toràh e dei precetti.
Eppure l’uomo deve credere che il desiderio di
ricevere lo disturba nel lavoro e gli arriva dall’alto poiché dal Cielo gli
danno la forza della rivelazione del desiderio di ricevere, dato che proprio
quando il desiderio di ricevere si risveglia, c’è per l’appunto luogo a lavorare affinché l’uomo abbia un contatto stretto con il Creatore perchè lo aiuti a
convertire il desiderio di ricevere nel desiderio con lo scopo di dare in
assoluto.
E l’uomo deve credere che da tutto ciò viene
richiamata la beatitudine di spirito al Creatore, dal fatto che l’uomo si
rivolga a Lui pregando che Egli lo avvicini alla distinzione dell’Adesione, che
si chiama “l’equivalenza della forma” la quale è la distinzione
dell’annullamento del desiderio di ricevere che ha lo scopo di dare in
assoluto. E su questo il Creatore dice: «I miei figli mi hanno vinto». E
cioè Io vi ho dato il desiderio di ricevere e voi chiedete a me che io vi dia al
posto suo il desiderio di dare in assoluto.
In questo c’è da interpretare ciò che viene riportato
dalla Gmaràh che Rabbi Pinchas figlio di Yair, (ndr. che è il cognato di
Rashbi) andando a riscattare dei prigionieri, si era imbattuto in un fiume
che si chiamava Ghinai, (rivolgendosi al fiume Ghinai) egli disse a
Ghinai: «Dividi le tue acque ed io ti attraverserò». Il fiume gli ha rispose:
«Tu stai per fare il desiderio del tuo Emanatore ed io sto per fare il desiderio
del mio Emanatore, tu forse lo farai e forse non riuscirai a farlo ma io di
certo lo farò».
E disse Baal HaSulam che l’interpretazione è che
Rabbi Pinchas disse al fiume, e cioè al desiderio di ricevere che gli avrebbe
permesso di attraversarlo e di giungere al grado di fare il desiderio del
Creatore e cioè di fare tutto con lo scopo di dare in assoluto per arrecare la
beatitudine di spirito al Creatore. E il fiume, cioè il desiderio di ricevere,
gli ha risposto che dato che il Creatore lo ha creato con tale natura, quella di
voler ricevere piaceri e godimenti, egli non desiderava cambiare la natura
rispetto a come il Creatore lo aveva creato. E Rabbi Pinchas figlio di Yair
intraprese una lotta con esso, poiché voleva convertirlo e trasformarlo in
desiderio di dare in assoluto e questo si chiama che ha lottato con la
Creazione, cioè il Creatore lo ha creato con la natura, che si chiama desiderio
di ricevere, nel modo in cui il Creatore lo ha creato, è stata creata tutta la
Creazione che si chiama "esistenza dall’assenza – iesh miain".
E bisogna sapere che durante il lavoro, quando il
desiderio di ricevere arriva all’uomo con i suoi argomenti, nessuna discussione
con esso sarà utile, nessuna intellettualizzazione, ciò che l’uomo crede che
siano argomenti giusti, questi non potranno aiutarlo a vincere il suo male.
Ma come è scritto devi «colpirlo nei denti» il
che vuol dire camminare soltanto facendo le azioni e non discutendo. E questo
vuol dire che l’uomo deve potenziare le forze costringendo se stesso e questo è
il mistero di ciò che hanno detto i nostri saggi con «lo costringono finché
dirà io voglio». Cioè rinvigorendo la perseveranza, allora l’abitudine
diventa una seconda natura.
E soprattutto bisogna sforzarsi affinché l’uomo abbia
un forte desiderio di ottenere di dare in assoluto e sormontare il desiderio di
ricevere ed il significato di desiderio forte è che: il desiderio forte viene
misurato in base alla molteplicità delle pause e dei riposi che intercorrono
nel frattempo, cioè l’interruzione tra un superamento e l’altro, e quando a
volte l’uomo riceve una pausa nel bel mezzo, questa è una discesa. E questa
discesa può essere la pausa di un momento, o di un’ora o di un giorno, un mese,
e dopo di nuovo incomincia a lavorare sul superamento del desiderio di ricevere
facendo sforzi per realizzare il desiderio di dare in assoluto.
E il desiderio forte vuol dire che la pausa non dura
tanto tempo nell’uomo ed egli si risveglia subito per il lavoro e questo
assomiglia all’uomo che desidera rompere una grande roccia e prende un grande
martello e batte svariati colpi durante tutto il giorno ma i colpi sono
deboli, cioè che egli non batte sulla roccia con un unico slancio ma batte con
il grande martello pian piano. Ed egli fa allora il ragionamento che questo
lavoro di rompere il sasso non è per lui, che certamente occorrerebbe un eroe
che abbia la capacità di rompere il grande sasso ed egli dice di non essere nato
con forze talmente potenti da spaccare il sasso. Eppure chi solleva questo
grande martello e con un unico slancio dà un potente colpo sulla roccia e non
pian piano, ma sforzandosi, e subito il sasso si arrende e si rompe. Questo è
«come il martello forte schianterà la roccia».
Ed allo stesso modo nel lavoro santo che consiste nel
portare il vaso di ricezione alla santità, tanto più che abbiamo un martello
forte cioè gli insegnamenti della Toràh che ci danno buoni consigli ma se egli
non è in pieno gettito ma ha nel frattempo grandi pause, allora l’uomo scappa
dalla lotta e dice che non è stato creato per questo, mentre per questo lavoro occorre uno che sia nato con talenti specifici a tutto ciò, eppure l’uomo deve
credere che ognuno può raggiungere lo scopo, solo che egli deve sforzarsi di
mettere ogni volta forze di superamento sempre più grandi, potendo allora
rompere il sasso in poco tempo.
E c’è ancora da sapere, che affinché lo sforzo crei
un contatto con il Creatore, qui c’è una condizione molto rigida ed è che lo
sforzo dell’uomo deve essere nella distinzione di bellezza. Poiché la bellezza -
hidur viene considerata dall’uomo una cosa importante, mentre se lo
sforzo non è nella (distinzione) dell’importanza, egli non può lavorare con
gioia cioè egli non può provare gioia per il (solo) fatto che ora ha un contatto
con il Creatore.
Con questa cosa si allude
al cedro – etrogh, secondo quanto è scritto sul cedro, frutto dell'albero
cedro, il quale deve essere pulito sopra la sua protuberanza - hotmò. È
risaputo che ci sono tre distinzioni:
-
Bellezza
-
Odore
-
Gusto
Gusto significa,
quando le Luci giungono dall'alto verso il basso donando in assoluto, vale a
dire al di sotto di Pè
- bocca, dove c'è la distinzione del Palato – Heich e Gusto
– Taam, significa che le Luci giungono nei Vasi di Ricezione.
Odore significa che le Luci
giungono dal basso verso l’alto, cioè che le Luci giungono nei Vasi di
Ashpaa, nel segreto (interiormente) «essa
(cioè il Klì ) riceve e non dà», al di sotto del Palato e della Gola, che
è la distinzione «e lo odorerà, nel timore del Creatore» che è detto presso il
Messia. È risaputo che la distinzione dell’odorato è attribuita al Naso –
Hotem. Hadar – Splendore (ndr. anche agrume) è la distinzione di
bellezza, ed è la distinzione al di sopra del suo Naso, vale a dire che non vi è
odore, quindi non c'è lì né gusto né odore, e se è così, cos’è che c’è lì?
C'è che per mezzo di questa cosa lui può resistere. Egli ha in se solamente la
distinzione di bellezza ma tuttavia, questo è quello che lo mantiene.
Noi vediamo che nel cedro
si trova la bellezza e proprio ancor prima di diventare commestibile, mentre
quando esso è già commestibile, ormai non vi è bellezza. E questo ci accenna il
caso del lavoro che «primo sul conto dei peccati», com'è ricordato sopra. Vale a
dire che, proprio durante il lavoro nella distinzione
«e vi prenderete», cioè il
lavoro durante la ricezione del giogo del Regno del Cielo, quand'allora il corpo
si oppone a questo lavoro, proprio allora c'è posto per la gioia della bellezza.
Questo significa che durante questo lavoro si evidenzia la bellezza, quindi se
egli prova gioia da questo lavoro è perché questo lavoro è per lui nella
distinzione di bellezza e non di disprezzo.
Questo significa che a
volte l'uomo disprezza questo lavoro di ricezione del giogo del Regno del Cielo,
che è il tempo della percezione dell'alba, quando egli vede che non c'è chi
possa salvarlo dalla situazione, nella quale si trova, tranne il Creatore ed
egli si assume il Regno del Cielo al di sopra della ragione, nella distinzione
di «Come un toro al giogo ed il somaro al fardello». E deve gioire avendo ora
cosa dare al Creatore ed il fatto che egli ha cosa dare al Creatore, ciò arreca
al Creatore compiacimento. Ma non sempre l'uomo ha la forza per dire che questo
è un bel lavoro, chiamato bellezza, e invece questo lavoro egli lo disprezza. E
questa è una condizione difficile per l'uomo, perchè egli possa dire che sceglie
questo lavoro più (di quanto avrebbe scelto) la distinzione di "bianchezza",
vale a dire più della situazione nella quale egli non percepisce il gusto del
buio durante il lavoro, ma invece, egli allora proverebbe il gusto del lavoro,
poiché non dovrebbe lavorare col desiderio di ricevere, desiderio che
accetterebbe di sottomettersi al giogo del Regno del Cielo al di sopra della
ragione.
E se egli supera se stesso
e riesce a dire che questo lavoro è piacevole poiché si adempie ora il precetto
della Fede al di sopra della ragione e questo lavoro viene ricevuto nella
distinzione di bellezza e di splendore, questo è chiamato gioia del precetto –
Mizvà. E questo è il caso della preghiera che è più importante
della risposta alla preghiera, dato che nella preghiera v’è posto per la
Yeghià, ed egli ha bisogno del Creatore, vale a dire che aspetta la
misericordia divina, poiché allora ha un vero contatto col Creatore, che sia benedetto, ed allora si troverà nel Palazzo del Re. Cosa che egli non ha nella
risposta alla preghiera, essendo già uscito dal Palazzo del Re, ed avendo già
preso ciò che aveva chiesto andandosene via.
E con questo va compreso lo
scritto: «I Tuoi oli sono buoni per l'aroma, il Tuo nome è olio che fluisce,
perciò le giovani ti amano» (Cantico dei Cantici, 1, 3). Olio - Shemen
significa la Luce Superiore, quando essa abbonda. Fluisce – Turak, cioè
quando l'abbondanza viene interrotta, ed allora rimane la distinzione
dell'aroma dell'olio (poiché aroma vuol dire che rimane comunque la distinzione
del
reshimò di quello che aveva, mentre invece, Bellezza – Hidur
vuol dire là dove non c'è alcun sostegno, cioè persino la distinzione di
reshimò non illumina).
E questo è il caso di
Atik ed Arich Anpin, quando l'Abbondanza si espande e viene chiamata la
distinzione di Arich Anpin, che è a sua volta la distinzione di Hochmà,
vale a dire la Provvidenza Rivelata ed Atik vuol dire, dall'idioma
veiaatek – e copiò, che è la distinzione del ritiro della Luce, poiché
non illumina, ed è chiamato Occultamento – Astarà. Allora è il tempo
dell'opposizione al Rivestimento – Itlabshut, il tempo della ricezione
della Corona del Re, che è la distinzione della Malchut delle Luci, che a
sua volta è la distinzione di Malchut del Cielo. Riguardo a questo è detto nel
Santo Zohar che la Santa Schinà disse a Rabbi Shimon che non c'è
alcun posto dove io possa occultarmi da te, ciò significa che persino nel
massimo occultamento possibile in realtà, egli si assume il Giogo del Regno del
Cielo con grande gioia. La ragione (di tutto questo) è dovuta al fatto che egli
cammina secondo la linea del desiderio di dare in assoluto – leashpia. Di
conseguenza egli dà ciò che ha in mano e se il Creatore gli dà di più egli dà di
più e se non ha nulla da dare, allora egli si erige ed urla ad altissima voce affinché il Creatore lo salvi dalle maligne acque, avendo quindi anche in
questo modo un contatto col Creatore, che Egli sia benedetto.
E qual è la ragione per la
quale questa distinzione è chiamata "Atik – Antico", essendo Atik,
indubbiamente, il gradino più elevato? La risposta è che ogni cosa (quanto) più
è lontana da un rivestimento essa (sarà considerata) più elevata. E l'uomo ha la
capacità di percepire il posto più astratto, chiamato zero assoluto, dato che lì
la mano dell'uomo non presta servizio. Questo vuol dire che il desiderio di
ricevere può aggrapparsi solamente dove c'è qualche espansione della
Luce. E prima che l'uomo purifichi i suoi vasi, per non guastare la Luce, non
gli sarà concesso che la Luce gli giunga nella forma di espansione nei vasi.
E solamente quando l'uomo segue le vie di
Ashpaa, cioè quando non si
trova nel desiderio di ricevere, sia in Mocha che in
Liba, lì
allora la Luce può giungere nella massima completezza e la Luce gli giunge nella
distinzione di sensazione, quando egli può percepire la Magnificenza della Luce
Superiore.
Quando invece l'uomo non ha
ancora corretto i vasi al fine di dare in assoluto, quando la Luce raggiunge
l'espansione totale e deve restringersi, illuminando allora secondo la purezza
dei vasi, perciò la Luce sembra raggiungere la massima ristrettezza. Quindi
quando la Luce è nella distinzione di spoliazione dal rivestimento dei vasi,
allora la Luce potrà illuminare con la massima completezza e la massima
limpidezza, senza alcuna restrizione per la necessità dell'inferiore.