Testi Autentici
  Isaac Luria - L'Arì
  Baal HaSulam
  Il Rabash
  Rav Laitman
  Glossario Kabbalistico

 

 TESTI AUTENTICI

Home / Testi Autentici / Baal HaSulam / Libro di Shamati / Shamati 19
 

Shamati 19

Cos'è che il Creatore odia i Corpi, nel Lavoro

 

Ecco che il Santo Zohar dice che il Creatore odia i corpi. Disse, (ndr. Baal HaSulam), che va interpretata l’intenzione che riguarda il desiderio di ricevere, e chiamarla Corpo.

Perciò questo è in contraddizione con ciò che il corpo afferma, che tutto è per sé, vale a dire che è solo a suo proprio beneficio. Ed il Creatore dice il contrario, che tutto deve essere a beneficio del Creatore. Ed è perciò che i nostri saggi hanno asserito che il Creatore disse: «Io e lui non possiamo vivere nella stessa dimora ».

E secondo ciò risulta che la cosa principale che (ci) separa dall'essere in adesione col Creatore è il desiderio di ricevere. E questo si evidenzia quando l’empio arriva, e cioè quando il desiderio di ricevere per il proprio sé arriva e chiede: «Perché vuoi lavorare a beneficio di Dio?» E si crede che parli con argomentazioni di un essere umano, e cioè che voglia capire con la mente. Ma questa non è la verità, dato che egli (il desiderio di ricevere) non chiede per chi l’uomo lavora, poiché certamente questo è un ragionamento intellettuale, infatti  in chiunque abbia intelletto, si risveglia questa trattazione.

Eppure l’argomentazione dell’empio, è una domanda corporea. Cioè egli chiede: «Qual è il lavoro?» Cioè qual è il guadagno che tu avrai in cambio dello sforzo che tu dai? Vale a dire che egli chiede: se tu non lavori per il beneficio del tuo proprio sé, cosa ne ricaverà il corpo, che si chiama desiderio di ricevere per il proprio sé?

E dato che questo è un ragionamento corporeo, l’uomo non deve rispondere altro che con una risposta corporea che è: «Colpisci i suoi denti, e se fosse stato là in Egitto, non sarebbe stato salvato». Perché? Dato che il desiderio di ricevere per sé stesso non ha salvezza perfino al tempo della salvezza - Geulà. Poiché il caso della salvezza ci sarà quando tutti i benefici entreranno nei vasi della dazione assoluta e non nei vasi di ricezione.

Il desiderio di ricevere per sé stesso deve rimanere sempre nella carenza poiché il riempimento del desiderio di ricevere è proprio la morte. E il motivo, come abbiamo già affermato, è che la parte principale della Creazione fu creata in onore del Creatore (e questa è la risposta rispetto a ciò che è scritto, che il Suo desiderio è Beneficiare le Sue creature e non – Dio ce ne scampi- per Se stesso).  

L’interpretazione è che la parte principale della Creazione, che sarà rivelata a tutti, ha lo scopo di beneficiare le Sue creature, proprio quando l’uomo dice di essere stato creato per onorare il Creatore. Allora in questi vasi sarà rivelato lo scopo della Creazione, che è quello di beneficiare le Sue creature.

Ed è perciò che è imposto all’uomo di esaminare sempre sé stesso, lo scopo del suo lavoro, e cioè che in ogni azione che egli compie deve verificare se il Creatore ne sarà beato, poiché egli desidera l’equivalenza della forma con il Creatore. E questo si chiama: «Tutte le tue azioni saranno in nome del Cielo», e cioè che di tutto ciò che l’uomo fa, desidera, di questo ne goda il Creatore, come è scritto di «compiacere il suo Artefice».

E con il desiderio di ricevere bisogna comportarsi con esso dicendogli «Io ho già deciso che non voglio ricevere nessun godimento solo perchè tu desideri godere». Dato che rispetto al tuo desiderio io sono costretto ad essere distaccato dal Creatore, poiché il cambiamento della forma causa il distacco e la lontananza dal Creatore. 

E la speranza dell’uomo, che non può liberarsi dal controllo del desiderio di ricevere e che si trova sempre per questo in ascese ed in discese, dovrebbe essere quella che gli spetti di diritto il Creatore, di meritare che il Creatore diffonda in lui la Luce e che egli abbia la forza di superare e di lavorare soltanto per il beneficio di Dio. E ciò è quello che è scritto: «Io ho chiesto un’unica cosa al Creatore e questa è la cosa che chiederò» quella cosa, che è la Divina Presenza e la quale  sollecita «che io segga nella casa di Dio tutti i giorni della mia vita», ed ecco che la casa di Dio si chiama la Divina Presenza.

E nel suddetto capiremo ciò che hanno predicato i nostri saggi scrivendo «e voi prendeste per voi nel primo giorno». Il primo giorno del calcolo dei peccati. E si dovrebbe capire qual è la gioia se c'è qua un resoconto dei peccati? E disse (ndr. Baal HaSulam) che dobbiamo conoscere l’importanza dello sforzo (Yeghià), poiché allora, c’è Magà, contatto tra l’uomo e il Creatore.

Cioè l’uomo sente di aver bisogno del Creatore dato che egli allora, vede dal livello della Yeghià - sforzo, che non c’è nessuno al mondo che possa salvarlo dallo stato in cui si trova tranne il Creatore stesso ed allora l’uomo vede che «Non esiste nulla tranne Lui», che lo possa salvare dallo stato in cui si trova ed egli da ciò non può sfuggire. E questo si chiama che ha uno stretto contatto con il Creatore. E l’uomo non sa considerare questo contatto. Questo vuol dire che l’uomo deve credere che allora è in adesione con Dio, cioè che tutto il suo pensiero è soltanto rivolto al Creatore, cioè che Egli lo aiuterà. Altrimenti l’uomo vede che è perso.

Eppure chi merita la Provvidenza privata, chi vede che il Creatore fa tutto quanto, come è scritto che: «Egli stesso fa e farà tutte le azioni», comunque l’uomo non ha niente da aggiungere, e comunque non v’è spazio per la preghiera affinché il Creatore lo aiuti. Poiché egli vede che, persino senza la sua preghiera, malgrado tutto il Creatore compie tutto e di conseguenza non v’è posto per le buone azioni dato che vede che anche senza la sua partecipazione tutto viene eseguito da parte del Creatore. Se è così, l’uomo non ha bisogno del Creatore affinché lo aiuti a fare qualcosa ed allora poiché comunque egli, non ha un contatto, Magà, con il Creatore, tanto da aver bisogno del Creatore, fino al punto che se Egli non lo aiuta egli è perso.

Si è rilevato che il contatto che aveva con il Creatore al tempo della Yeghià - sforzo, egli non lo ha più. E disse (ndr. Baal HaSulam) che questa cosa assomiglia all’uomo che si trova tra la vita e la morte e chiede al suo amico che lo salvi dalla morte. E in quale modo egli chiede ciò al suo amico? Certamente, egli userà tutte le forze che si trovano nelle facoltà dell’uomo, per chiedere al suo amico che abbia pietà di lui e lo salvi dalla morte e certamente non si dimenticherà neanche per un solo momento di pregare il suo amico, dato che altrimenti l’uomo si rende conto che potrebbe perdere la propria vita.

E quindi chi chiede al suo amico cose superflue, che non sono talmente necessarie, in tal caso il richiedente non è così aderito (attaccato) al suo amico, tanto da  esaudire la sua richiesta, ed essere completamente concentrato su questa richiesta.

È rilevato che rispetto alle cose che non sono una questione di Vita o di Morte chi chiede non è così aderito a Colui che dà. Perciò, quando l’uomo sente di dover chiedere al Creatore che lo salvi dalla morte e cioè dalla distinzione di «Gli empi nella loro vita si chiamano morti», allora il contatto tra l’uomo ed il Creatore è un contatto stretto. E perciò presso il Giusto - Zadik, il luogo del lavoro è quello dove egli è bisognoso dell’aiuto del Creatore, altrimenti è perso. I Giusti desiderano ardentemente questa cosa, cioè questo spazio di lavoro, per avere  un contatto stretto con il Creatore.

Nel suddetto risulta che se il Creatore dà spazio al lavoro, allora codesti Giusti ne gioiscono. E perciò hanno detto i nostri saggi: «Il primo sul conto dei peccati», cosa che è per loro una gioia, dato che hanno ora un posto di lavoro. Cioè che ora sono bisognosi del Creatore e possono venire in contatto stretto con il Creatore, dato che non si può venire nel Palazzo del Re se non per una necessità.

Cosi come è scritto: «E voi vi siete presi». Hanno precisato nello scritto voi, e il motivo è dovuto al fatto che «Tutto è nelle mani del Cielo tranne il timore del Cielo», il che significa che il Creatore può dare la Luce dell’Opulenza perché questa cosa Egli la possiede mentre invece la tenebra ed il luogo della mancanza, questo non si trova nei Suoi confini.

E dato che c’è una regola che soltanto dal luogo della mancanza si può ottenere il timore del Cielo ed il luogo della mancanza si chiama desiderio di ricevere, e cioè che soltanto allora c’e’posto per lo sforzo, a ciò che il corpo si oppone, quando il corpo viene e chiede: «Qual è questo lavoro?» E a questa sua domanda l’uomo non ha niente da rispondere. Poiché l’uomo è costretto ad accettare il giogo del Regno del Cielo che è al di sopra della ragione «Come il toro al suo giogo, e l’asino al suo carico», senza alcun contrasto. Mentre invece «egli disse facciamo il Suo desiderio». E questo si chiama "a voi", cioè, questo lavoro appartiene proprio solo a voi, e non a Me, cioè che il vostro desiderio di ricevere lo obbliga al lavoro.

Mentre se il Creatore dal Cielo lo illumina allora il desiderio di ricevere si arrende ed egli si annulla allora come la candela davanti alla fiamma e comunque non ha ormai lo sforzo (Yeghià) perché non deve assumersi l’impegno del peso del Regno del Cielo, costringendo se stesso «Come il toro al suo giogo e l’asino al suo carico» come è scritto: «Oh voi che amate il Creatore, odiate il male».

Questo significa, che l’amore di Dio viene richiamato soltanto dal luogo del male e cioè nella misura in cui egli  odia il male cioè vede come il desiderio di ricevere lo intralcia nel raggiungere la completezza della meta, nella stessa misura egli necessita di meritarsi l’amore di Dio.

Mentre se non sente di avere questo male egli non è capace di meritarsi l’amore di Dio perché non ne sente la necessità, dato che ha già soddisfazione nel lavoro.

E sul suddetto, l’uomo non deve lamentarsi allorquando egli lavora con il desiderio di ricevere, desiderio che lo disturba nel lavoro. E certamente l’uomo sarebbe stato più soddisfatto se il desiderio di ricevere fosse stato assente dal corpo e cioè se non avesse posto all’uomo le sue domande, disturbandolo nel lavoro del adempimento della Toràh e dei precetti.

Eppure l’uomo deve credere che il desiderio di ricevere lo disturba nel lavoro e gli arriva dall’alto poiché dal Cielo gli danno la forza della rivelazione del desiderio di ricevere, dato che proprio quando il desiderio di ricevere si risveglia, c’è per l’appunto luogo a lavorare affinché l’uomo abbia un contatto stretto con il Creatore perchè lo aiuti a convertire il desiderio di ricevere nel desiderio con lo scopo di dare in assoluto.

E l’uomo deve credere che da tutto ciò viene richiamata la beatitudine di spirito al Creatore, dal fatto che l’uomo si rivolga a Lui pregando che Egli lo avvicini alla distinzione dell’Adesione, che si chiama “l’equivalenza della forma” la quale è la distinzione dell’annullamento del desiderio di ricevere che ha lo scopo di dare in assoluto. E su questo il Creatore dice: «I miei figli mi hanno vinto». E cioè Io vi ho dato il desiderio di ricevere e voi chiedete a me che io vi dia al posto suo il desiderio di dare in assoluto.

In questo c’è da interpretare ciò che viene riportato dalla Gmaràh che Rabbi Pinchas figlio di Yair, (ndr. che è il cognato di Rashbi) andando a riscattare dei prigionieri, si era imbattuto in un fiume che si chiamava Ghinai, (rivolgendosi al fiume Ghinai)  egli disse a Ghinai: «Dividi le tue acque ed io ti attraverserò». Il fiume gli ha rispose: «Tu stai per fare il desiderio del tuo Emanatore ed io sto per fare il desiderio del mio Emanatore, tu forse lo farai e forse non riuscirai a farlo ma io di certo lo farò».

E disse Baal HaSulam che l’interpretazione è che Rabbi Pinchas disse al fiume, e cioè al desiderio di ricevere che gli avrebbe permesso di attraversarlo e di giungere al grado di fare il desiderio del Creatore e cioè di fare tutto con lo scopo di dare in assoluto per arrecare la beatitudine di spirito al Creatore. E il fiume, cioè il desiderio di ricevere, gli ha risposto che dato che il Creatore lo ha creato con tale natura, quella di voler ricevere piaceri e godimenti, egli non desiderava cambiare la natura rispetto a come il Creatore lo aveva creato. E Rabbi Pinchas figlio di Yair intraprese una lotta con esso, poiché voleva convertirlo e trasformarlo in desiderio di dare in assoluto e questo si chiama che ha lottato con la Creazione, cioè il Creatore lo ha creato con la natura, che si chiama desiderio di ricevere, nel modo in cui il Creatore lo ha creato, è stata creata tutta la Creazione che si chiama "esistenza dall’assenza – iesh miain".

E bisogna sapere che durante il lavoro, quando il desiderio di ricevere arriva all’uomo con i suoi argomenti, nessuna discussione con esso sarà utile, nessuna intellettualizzazione, ciò che l’uomo crede che siano argomenti giusti, questi non potranno aiutarlo a vincere il suo male.

Ma come è scritto devi «colpirlo nei denti» il che vuol dire camminare soltanto facendo le azioni e non discutendo. E questo vuol dire che l’uomo deve potenziare le forze costringendo se stesso e questo è il mistero di ciò che hanno detto i nostri saggi con «lo costringono finché dirà io voglio». Cioè rinvigorendo la perseveranza, allora l’abitudine diventa una seconda natura.   

E soprattutto bisogna sforzarsi affinché l’uomo abbia un forte desiderio di ottenere di dare in assoluto e sormontare il desiderio di ricevere ed il significato di desiderio forte è che: il desiderio forte viene misurato in base alla molteplicità delle pause e dei riposi che  intercorrono nel frattempo, cioè l’interruzione tra un superamento e l’altro, e quando a volte l’uomo riceve una pausa nel bel mezzo, questa è una discesa. E questa discesa può essere la pausa di un momento, o di un’ora o di un giorno, un mese, e dopo di nuovo incomincia a lavorare sul superamento del desiderio di ricevere facendo sforzi per realizzare il desiderio di dare in assoluto.

E il desiderio forte vuol dire che la pausa non dura tanto tempo nell’uomo ed egli si risveglia subito per il lavoro e questo assomiglia all’uomo che desidera rompere una grande roccia e prende un grande martello e batte  svariati  colpi durante tutto il giorno ma i colpi sono deboli, cioè che egli non batte sulla roccia con un unico slancio ma batte con il grande martello pian piano. Ed egli fa allora il ragionamento che questo lavoro di rompere il sasso non è per lui, che certamente occorrerebbe un eroe che abbia la capacità di rompere il grande sasso ed egli dice di non essere nato con forze talmente potenti da spaccare il sasso. Eppure chi solleva questo grande martello e con un unico slancio dà un potente colpo sulla roccia e non pian piano, ma sforzandosi, e subito il sasso si arrende e si rompe. Questo è «come il martello forte schianterà la roccia».

Ed allo stesso modo nel lavoro santo che consiste nel portare il vaso di ricezione alla santità, tanto più che abbiamo un martello forte cioè gli insegnamenti della Toràh che ci danno buoni consigli ma se egli non è in pieno gettito ma ha nel frattempo grandi pause, allora l’uomo scappa dalla lotta e dice che non è stato creato per questo, mentre per questo lavoro occorre uno che sia nato con talenti specifici a tutto ciò, eppure l’uomo deve credere che ognuno può raggiungere  lo scopo, solo che egli deve sforzarsi di mettere  ogni volta forze di superamento sempre più grandi, potendo allora rompere il sasso in poco tempo.

E c’è ancora da sapere, che affinché lo sforzo crei un contatto con il Creatore, qui c’è una condizione molto rigida ed è che lo sforzo dell’uomo deve essere nella distinzione di bellezza. Poiché la bellezza - hidur viene considerata dall’uomo una cosa importante, mentre se lo sforzo non è nella (distinzione) dell’importanza, egli non può lavorare con gioia cioè egli non può provare gioia per il (solo) fatto che ora ha un contatto con il Creatore.

Con questa cosa si allude al cedro – etrogh, secondo quanto è scritto sul cedro, frutto dell'albero cedro, il quale deve essere pulito sopra la sua protuberanza - hotmò. È risaputo che ci sono tre distinzioni:

  1. Bellezza

  2. Odore

  3. Gusto

Gusto significa, quando le Luci giungono dall'alto verso il basso donando in assoluto, vale a dire al di sotto di - bocca, dove c'è la distinzione del Palato – Heich e Gusto – Taam, significa che le Luci giungono nei Vasi di Ricezione.

Odore significa che le Luci giungono dal basso verso l’alto, cioè che le Luci giungono nei Vasi di Ashpaa, nel segreto (interiormente) «essa (cioè il Klì ) riceve e non dà», al di sotto del Palato e della Gola, che è la distinzione «e lo odorerà, nel timore del Creatore» che è detto presso il Messia. È risaputo che la distinzione dell’odorato è attribuita al Naso – Hotem. Hadar – Splendore (ndr. anche agrume) è la distinzione di bellezza, ed è la distinzione al di sopra del suo Naso, vale a dire che non vi è odore, quindi  non c'è lì né gusto né odore, e se è così, cos’è che c’è lì? C'è che per mezzo di questa cosa lui può resistere. Egli ha in se solamente la distinzione di bellezza ma tuttavia, questo è quello che lo mantiene.

Noi vediamo che nel cedro si trova la bellezza e proprio ancor prima di diventare commestibile, mentre quando esso è già commestibile, ormai non vi è bellezza. E questo ci accenna il caso del lavoro che «primo sul conto dei peccati», com'è ricordato sopra. Vale a dire che, proprio durante il lavoro nella distinzione «e vi prenderete», cioè il lavoro durante la ricezione del giogo del Regno del Cielo, quand'allora il corpo si oppone a questo lavoro, proprio allora c'è posto per la gioia della bellezza. Questo significa che durante questo lavoro si evidenzia la bellezza, quindi se egli prova gioia da questo lavoro è perché questo lavoro è per lui nella distinzione di bellezza e non di disprezzo.

Questo significa che a volte l'uomo disprezza questo lavoro di ricezione del giogo del Regno del Cielo, che è il tempo della percezione dell'alba, quando egli vede che non c'è chi possa salvarlo dalla situazione, nella quale si trova, tranne il Creatore ed egli si assume il Regno del Cielo al di sopra della ragione, nella distinzione di «Come un toro al giogo ed il somaro al fardello». E deve gioire avendo ora cosa dare al Creatore ed il fatto che egli ha cosa dare al Creatore, ciò arreca al Creatore compiacimento. Ma non sempre l'uomo ha la forza per dire che questo è un bel lavoro, chiamato bellezza, e invece questo lavoro egli lo disprezza. E questa è una condizione difficile per l'uomo, perchè egli possa dire che sceglie questo lavoro più (di quanto avrebbe scelto) la distinzione di "bianchezza", vale a dire più della situazione nella quale egli non percepisce il gusto del buio durante il lavoro, ma invece, egli allora proverebbe il gusto del lavoro, poiché non dovrebbe lavorare col desiderio di ricevere, desiderio che accetterebbe di sottomettersi al giogo del Regno del Cielo al di sopra della ragione.

E se egli supera se stesso e riesce a dire che questo lavoro è piacevole poiché si adempie  ora il precetto della Fede al di sopra della ragione e questo lavoro viene ricevuto nella distinzione di bellezza e di splendore, questo è chiamato gioia del precetto – Mizvà. E questo è il caso della preghiera che è più importante della risposta alla preghiera, dato che nella preghiera v’è posto per la Yeghià, ed egli ha bisogno del Creatore, vale a dire che aspetta la misericordia divina, poiché allora ha un vero contatto col Creatore, che sia benedetto, ed allora si troverà nel Palazzo del Re. Cosa che egli non ha nella risposta alla preghiera, essendo già uscito dal Palazzo del Re, ed avendo già preso ciò che aveva chiesto andandosene via.    

E con questo va compreso lo scritto: «I Tuoi oli sono buoni per l'aroma, il Tuo nome è olio che fluisce, perciò le giovani ti amano» (Cantico dei Cantici, 1, 3). Olio - Shemen significa la Luce Superiore, quando essa abbonda. Fluisce – Turak, cioè quando l'abbondanza  viene interrotta, ed allora rimane la distinzione dell'aroma dell'olio (poiché aroma vuol dire che rimane comunque la distinzione del reshimò di quello che aveva, mentre invece, Bellezza – Hidur vuol dire  là dove non c'è alcun sostegno, cioè persino la distinzione di reshimò  non illumina).

E questo è il caso di Atik ed Arich Anpin, quando l'Abbondanza si espande e viene chiamata la distinzione di Arich Anpin, che è a sua volta la distinzione di Hochmà, vale a dire la Provvidenza Rivelata ed Atik vuol dire, dall'idioma veiaatek – e copiò, che è la distinzione  del ritiro della Luce,  poiché   non illumina,  ed è chiamato Occultamento – Astarà. Allora è il tempo dell'opposizione al Rivestimento – Itlabshut, il tempo della ricezione della Corona del Re, che è la distinzione della Malchut delle Luci, che a sua volta è la distinzione di Malchut del Cielo. Riguardo a questo è detto nel Santo Zohar che la Santa Schinà disse a Rabbi Shimon che non c'è alcun posto dove io possa occultarmi da te, ciò significa che persino nel massimo occultamento possibile in realtà, egli si assume il Giogo del Regno del Cielo con grande gioia. La ragione (di tutto questo) è dovuta al fatto che egli cammina secondo la linea del desiderio di dare in assoluto – leashpia. Di conseguenza egli dà ciò che ha in mano e se il Creatore gli dà di più egli dà di più e se non ha nulla da dare, allora egli si erige ed urla ad altissima voce affinché il Creatore lo salvi dalle  maligne acque, avendo quindi anche in questo modo un contatto col Creatore, che Egli sia benedetto.

E qual è la ragione per la quale questa distinzione è chiamata "Atik – Antico", essendo Atik, indubbiamente, il gradino più elevato? La risposta è che ogni cosa (quanto) più è lontana da un rivestimento essa (sarà considerata) più elevata. E l'uomo ha la capacità di percepire il posto più astratto, chiamato zero assoluto, dato che lì la mano dell'uomo non presta servizio. Questo vuol dire che il desiderio di ricevere può aggrapparsi solamente dove c'è qualche espansione della Luce. E prima che l'uomo purifichi i suoi vasi, per non guastare la Luce,  non gli sarà concesso  che la Luce gli giunga nella forma di espansione nei vasi. E solamente quando l'uomo segue le vie di Ashpaa, cioè quando  non si trova  nel desiderio di ricevere, sia in Mocha che in Liba, lì allora la Luce può giungere nella massima completezza e la Luce gli giunge nella distinzione di sensazione, quando egli può percepire la Magnificenza della Luce Superiore.

Quando invece l'uomo non ha ancora corretto i vasi al fine di dare in assoluto, quando la Luce raggiunge l'espansione totale e deve restringersi, illuminando allora secondo la purezza dei vasi, perciò la Luce sembra raggiungere la massima ristrettezza. Quindi quando la Luce è nella distinzione di spoliazione dal rivestimento dei vasi, allora la Luce potrà illuminare con la massima completezza e la massima limpidezza, senza alcuna restrizione per la necessità dell'inferiore.

Ne consegue che l'importanza del lavoro è proprio quando egli raggiunge lo zero assoluto, vale a dire quando vede che annulla tutta la sua realtà e la sua essenza, quando allora non c'è alcun dominio del desiderio di ricevere, e solo allora egli entra nella Santità.      

È da sapere che «Il Creatore ha fatto l'uno contrapposto all'altro» (Ecclesiaste, 7,14), vale a dire che secondo la misura nella quale si rivela  la Santità, nella stessa misura si risveglia la Sitra Akhra. Questo significa che quando l'uomo afferma «È tutta mia», vale a dire che tutto il corpo appartiene alla Santità, allora anche la Sitra Akhra afferma in contrapposizione che tutto il corpo deve servire la Sitra Achra. Quindi l'uomo deve sapere che quando vede che il corpo asserisce di far parte della Sitra Akhra ed urla con tutte la sue forze le note domande, le quali sono la distinzione di "Cosa e chi", questo è segno che l'uomo procede nella via della verità, vale a dire che tutta la sua intenzione è quella  di  compiacere  il proprio Artefice, quindi il lavoro fondamentale è proprio in questa situazione e l'uomo deve sapere che questo è segno che questo lavoro colpisce esattamente il bersaglio. Ed è segno che egli lotta e manda le sue frecce a Reisha Dehivia (aramaico), dato che urla e sostiene l'argomento di "Cosa e chi", il che significa «cos'è questo lavoro per voi?». Questo vuol dire «che cosa ricaverete lavorando solamente per il beneficio del Creatore e non per il vostro proprio beneficio?». E l'asserzione di "Chi" vuol dire che questa è l'affermazione del Faraone che argomentava «Chi è il Creatore, per cui io debba obbedirgli?»

Apparentemente sembra che l'asserzione di "Chi" sia un'affermazione intellettuale, com'è in uso in questo mondo, quando si dice a qualcuno «vai a lavorare da lui» e l'uomo chiede «presso chi?». Di conseguenza quando il corpo reclama «Chi è il Creatore, per cui io debba obbedirgli?», questa è un'asserzione intellettuale. Ma secondo la regola, l'intelletto non è di per se stesso un ente, ma è la distinzione di "Specchio" di ciò che si trova nei sensi e che si rispecchia così nell'intelletto, e questo è il mistero «E i figli di Dan sono Khushìm» (ndr. in ebraico questa parola significa anche sensi). Questo vuol dire che l'intelletto non giudica se non secondo quello che i sensi gli propongono di considerare scoprendo invenzioni ed espedienti, che sono appropriati alle esigenze dei sensi. Questo significa che l'intelletto si sforza di apportare ai sensi ciò che essi esigono, cercando di adempiere la loro richiesta, però lo stesso intelletto, per se stesso, non ha nessuna necessità né esigenza. Di conseguenza se si trovano nei sensi esigenze di Ashpaa, l'intelletto lavora allora secondo le direttive del dare in assoluto e l'intelletto non pone domande, dato che è a servizio esclusivamente dei sensi.

E l'intelletto è simile all'uomo che si guarda allo specchio per vedere se è sporco e tutti i posti nei quali lo specchio gli mostra essere sporchi, egli andrà a lavare, dato che lo specchio gli ha mostrato che ha sul viso cose brutte che vanno pulite. La cosa più difficile però è sapere cosa vuol dire una brutta cosa, se è il desiderio di ricevere, dove il corpo esige di fare tutto solamente per il proprio beneficio o se il desiderio di dare è una brutta cosa  poiché il corpo non può sopportare. Questo l’intelletto non lo può chiarire, così come lo specchio non può dire cos'è brutto e cos’è bello, ma dipende tutto dai sensi, dato che solo i sensi lo definiscono.

Quando l'uomo, quindi, si abitua a lavorare per mezzo della coercizione, a lavorare nella distinzione di Ashpaa, allora anche l'intelletto opera secondo le direttive di Ashpaa, ed allora non c'è alcuna possibilità che esso chieda  "Chi", quando i sensi sono già abituati a lavorare nella distinzione del dare in assoluto. Vale a dire che i sensi allora non chiedono "qual è questo lavoro" dato che essi oramai lavorano per dare e ad ogni modo l'intelletto non si chiede "Chi". Si rileva che la maggior parte del lavoro è nel «qual è questo lavoro per voi». Ed il fatto che l'uomo ode il corpo chiedere "Chi" è perché il corpo non vuole umiliarsi tanto, di conseguenza pone la domanda "Chi", che pare quasi domandasse una argomentazione intellettuale ma la verità è quella suddetta, che il lavoro fondamentale è nel "Cosa". 

 
back to top
 

 

 

 Lezione

 
Rav Michael Laitman ci spiega Shamati 19
Video della lezione
Audio della lezione

 


The website kabbalah.info is maintained by
the
"Bnei Baruch" group of kabbalists

Copyright ©1996. Bnei Baruch. All rights reserved.