Lishmà è un risveglio dall'Alto, e perchè
occorre un risveglio dal basso?
Ecco che l’uomo non è
capace di comprendere la distinzione di
Lishmà, come meritarla, dato che non v’è nella mente umana (la
capacità) di comprendere come potrebbe esserci una cosa tale al mondo. Tutto
questo è dovuto al fatto che all’uomo fanno soltanto capire che, se si occuperà
della Torà e dei Precetti, egli otterrà qualcosa, e ci deve essere per forza un
vantaggio per se stesso, altrimenti l’uomo non è capace di fare nulla. Eppure
questa (Lishmà) è un’Illuminazione che proviene dall’Alto e soltanto chi
lo assapora può conoscere e comprendere. Riguardo a questo è stato detto
«Gustate
e vedete che l’Eterno è buono».
Pertanto, occorre capire
perché l’uomo deve ricorrere ad espedienti e mettere in opera tattiche riguardo
a come giungere a Lishmà. In realtà non lo aiuteranno le tattiche e se il
Creatore non gli darà una seconda natura, denominata “il desiderio di dare in
assoluto”, nessuno sforzo gli sarà proficuo per ottenere il caso del Lishmà.
La risposta è, come dissero
i nostri Saggi «Non
spetta a te portare a termine il lavoro, ma neppure sei libero di esentartene» (Avòt,
2, 16). Vale a dire che l’uomo ha il dovere di consentire il risveglio del
basso, dato che questa è la distinzione di preghiera, poiché la preghiera è
considerata “mancanza”, e senza la mancanza non c’è appagamento. Perciò quando
l’uomo ha la necessità della distinzione di Lishmà, è allora che arriva
il riempimento dall’Alto, ed è allora dall’Alto che viene esaudita la preghiera,
vale a dire che egli riceverà il riempimento della propria mancanza. Si è
rilevato che la necessità del lavoro dell’uomo per ricevere dal Creatore il
Lishmà, consiste soltanto nella distinzione di mancanza e vaso. Ma il
riempimento, l'uomo non può mai conseguirlo da se stesso, essendo questo un dono
di Dio.
Eppure la preghiera deve
essere una preghiera intera, cioè dal profondo del cuore. Il che significa che
l’uomo sa al cento per cento, che non c’è nessuno al mondo che lo potrebbe
aiutare se non lo Stesso
Borè. Come fa l’uomo a
sapere ciò, che non v’è nessuno che lo possa aiutare se non lo Stesso Borè?
Questa conoscenza, l’uomo la può realizzare, se ha investito proprio tutte le
forze che aveva a disposizione, ma ciò non lo ha aiutato. Perciò l’uomo ha
l’impegno di fare tutte le azioni che può fare nel mondo, per meritare la
distinzione in nome del Cielo, ed allora egli potrebbe esprimere una preghiera
dal profondo del cuore, ed allora il Santo che Sia benedetto, esaudirà la sua
preghiera.
Però l’uomo deve sapere che
quando egli fa il possibile per realizzare la distinzione di Lishmà, deve
assumersi il fatto di desiderare di lavorare interamente per dare in assoluto al
culmine della completezza, vale a dire che tutto se stesso sia per dare in
assoluto senza ricevere niente.
E soltanto allora egli
incomincerà a vedere che gli organi non concordano con questa ragione. In base a
questo egli può arrivare a capire chiaramente di non avere altra soluzione che
sfogarsi col Creatore, affinché Egli lo aiuti in modo che il suo corpo sia
d’accordo di sottomettersi a Dio, senza porre alcuna condizione. Dato che egli
vede che non ha la possibilità di convincere il proprio corpo, di annullare
totalmente la propria entità Ecco che proprio quando egli vede che non ha alcuna
speranza che il suo corpo, da parte sua, accetti di lavorare, per beneficio di
Dio, allora la sua preghiera può provenire dal profondo del cuore, ed allora la
sua preghiera sarà esaudita.
Ed occorre sapere che
meritando la distinzione di Lishmà egli vince l’indole maligna. Poiché
l’indole maligna è il desiderio di ricevere e col fatto che si merita il
desiderio di dare in assoluto, l’uomo annulla allora il desiderio di ricevere,
togliendo la sua capacità di fare alcunché, e questo è la distinzione di come
abbatterlo. Dato che l’hanno destituita (l’indole maligna) dal suo ruolo
ed essa non ha più cosa fare, non essendo ormai più utilizzata, che è venuta a
cessare la sua azione, questo è discernito che egli l’abbia abbattuta.
Quando l’uomo farà un
resoconto interiore nella propria
Nefesh
“a cosa gli serve tutto il suo sforzo e che egli si fatichi sotto il sole”,
allora vedrà che non è così difficile sottomettersi al giogo in Suo Nome, che
Sia benedetto, per due motivi:
a) Ad
ogni modo, vale a dire volente o nolente, egli è costretto a sforzarsi in questo
mondo e cosa gli resta di tutto questo sforzo investito?
b)
Se
però l’uomo lavora in Lishmà, egli si diletta anche durante il lavoro.
Secondo la Parabola del
Maghid di Dubna (Ndr. un Kabbalista) il quale si è pronunciato a
proposito dello scritto «E
tu non m’hai invocato, o Giacobbe, anzi ti sei stancato di me, o Israele». Egli
disse che questo assomiglia a un ricco che uscito dal treno con una piccola
borsa, la mise nel posto dove tutti i mercanti mettevano i loro bagagli. Ed i
facchini li prendevano portandoli all’albergo dove alloggiavano i mercanti. Ed
il portiere pensò che di certo, essendo una borsa piccola, il mercante stesso
l’avrebbe presa e che non occorreva un portiere per questo, prendendo di
conseguenza il grande bagaglio. Il mercante voleva dargli una piccola somma,
secondo quanto egli era abituato a pagare. Il portiere la rifiutò dicendo:
«Io
ho inserito al deposito dell'albergo un grande pacco, affaticandomi molto ed ho
trascinato a malapena il tuo pacco, e tu vuoi darmi una tale misera somma per
questo?»
La morale è che quando l’uomo era giunto a dire che si è sforzato tanto
nell’osservare la Torà ed i Precetti, il Creatore gli disse “E tu non m’hai
invocato, o Giacobbe”, vale a dire che non hai preso il mio pacco, ma questo
pacco appartiene ad un’altro. Dato che dici che ti sei sforzato molto nella Torà
e nei Precetti, avevi di certo un altro padrone per il quale lavoravi; vai
dunque da lui affinché egli ti paghi. Questo è ciò che è scritto «anzi ti sei
stancato di me, o Israele». Questo significa che chi lavora presso il Creatore
non si affatica per niente, ma al contrario prova delizia ed elevazione dello
spirito. Invece chi lavora in nome d'altri scopi, non può allora lamentarsi con
il Creatore perché Egli non gli dà vitalità nel lavoro, dato che egli non aveva
lavorato per il Signore, da far si che il Creatore lo retribuisca in cambio del
suo lavoro. L'uomo invece può lamentarsi con le persone per le quali lavorava,
affinché queste gli apportino piacere e vitalità. Essendoci molti scopi in
Lo
Lishmà, l’uomo deve esigere dallo scopo in nome del quale ha lavorato, che
quest’ultimo gli dia la ricompensa, cioè la delizia e la vitalità. E rispetto a
questi è stato detto: «Come
loro, siano quelli che fanno, ogni singolo che confida in loro».
Ma secondo questo sarà
difficile capire: noi vediamo che perfino nel tempo nel quale l’uomo assume il
giogo del Regno del Cielo, senza nessun'altra intenzione, e con tutto ciò non
sente alcuna vitalità, diciamo pure che la vitalità lo costringe ad assumere il
giogo del Regno del Cielo. Ed il fatto è che egli sì assume il giogo, e soltanto
a causa dell’Emunà al disopra della ragione, vale
a dire che lo fa nella distinzione di superamento, costringendo se stesso, e lo
fa mal volentieri.
Viene fatta quindi la
domanda: come mai lui sente la fatica in questo lavoro, dove il corpo aspetta
ogni attimo (chiedendosi) quando potrò liberarmi da questo lavoro, dato
che l’uomo non avverte alcuna vitalità nel lavoro. E, secondo quanto detto,
quando l’uomo lavora nella Aznà Lechet (Cela il tuo cammino), egli non ha
allora nessun altro traguardo che lavorare con lo scopo di dare in assoluto.
Come mai dunque il Creatore non gli dà sapore e vitalità nel lavoro?
E la risposta è che si deve
sapere che questa cosa è una gran correzione, dato che se non fosse così, vale a
dire se avesse illuminato la Luce e la vitalità immediatamente, quando l'uomo
inizia ad assumersi il giogo del Regno del Cielo, e se avesse avuto vitalità nel
lavoro, il che avrebbe significato che anche il desiderio di ricevere avrebbe
accettato questo lavoro. Certamente allora per quale ragione egli lo accetta?
sicuramente per il fatto che egli desidera colmare la propria bramosia, vale a
dire che avrebbe lavorato per il proprio beneficio. E se fosse stato così non ci
sarebbe nessuna possibilità di giungere a Lishmà, dato che l'uomo sarebbe
stato costretto a lavorare per il proprio beneficio, mentre avrebbe percepito
nel lavoro per il Creatore più godimento che non nelle brame materiali.
In questo caso l'uomo sarebbe stato costretto a rimanere nel Lo Lishmà
proprio per il fatto di aver avuto soddisfazione in codesto lavoro, dato che
dove c'è soddisfazione l'uomo non è capace di far nulla, poiché egli non è in
grado di lavorare senza ritrarre un beneficio. Di conseguenza se l'uomo avesse
ricevuto soddisfazione in codesto lavoro di Lo Lishmà, sarebbe stato
costretto a rimanere in questa situazione.
E ciò assomiglierebbe a
come racconta la gente, che quando si rincorre il ladro per acchiapparlo, anche
lui corre ed urla “acchiappate il ladro”. Ed allora è impossibile riconoscere
chi è il vero ladro, per fermarlo e togliergli la cosa rubata. Ma quando il
ladro, vale a dire il desiderio di ricevere, non percepisce gusto e vitalità nel
lavoro della ricezione del giogo del Regno del Cielo, se l'uomo lavora allora
nella distinzione di "Emunà al di sopra della ragione", costringendo se
stesso, ed il corpo si abitua a questo lavoro, vale a dire contro il suo stesso
desiderio di ricevere, allora l'uomo ha i mezzi per giungere ad un lavoro che
abbia come meta di apportare compiacimento di Spirito al suo Artefice. Questo
alla luce del fatto che la cosa principale richiesta all'uomo è che tutte le sue
azioni siano al fine di dare in assoluto, affinché, per mezzo del suo lavoro
egli giunga all’adesione col Creatore che è la distinzione dell’equivalenza di
forma.
E questo è com'è scritto
«allora
troverai la tua delizia nell’Eterno», quando il significato di "allora" è che in
precedenza, che all'inizio del suo lavoro, non provava delizia ma il suo lavoro
era nella maniera della coercizione, mentre dopo , quando si era già abituato a
lavorare per dare in assoluto, non badando se provava gusto nel lavoro, ma
credendo di lavorare per apportare con il suo lavoro compiacimento di Spirito al
proprio Artefice, l'uomo deve credere che il Creatore riceve il lavoro degli
inferiori, senza considerare quanto sia e quale sia la forma del loro lavoro. E
rispetto a tutto, il Santo, che sia benedetto, osserva l’intenzione ed è
proprio da questo che il Creatore ha compiacimento di Spirito. L'uomo merita
allora le delizie dell’Eterno, percependo il Bene e la Delizia anche
lavorando per il Creatore, dato che ora l'uomo lavora proprio per il Creatore,
poiché lo sforzo che ha impegnato durante il lavoro di coercizione lo
predispone veramente a lavorare in nome dell'Eterno. Si è rilevato che anche
allora la delizia che lui riceve è "nell’Eterno", vale a dire proprio per il
Creatore.