Il caso
della Dazione della Toràh
La vicenda della dazione
della Toràh, verificatasi nell'evento del monte Sinai, non significa che a suo
tempo la Toràh sia stata consegnata una volta sola e che dopo la consegna (ciò)
sia terminato. Ma invece nella spiritualità non esiste l'assenza, poiché la
spiritualità è un fatto eterno che non ha termine. E' soltanto perchè non siamo
preparati a ricevere la Toràh da parte di Colui che dà, che diciamo che la
discontinuità viene da parte del Superiore.
Eppure, allora, nell’evento
del monte Sinai, la collettività di Israele era pronta al ricevimento della
Toràh, com'è scritto: "Quivi si accampò Israele, dirimpetto al monte, come
un'unica persona in un unico cuore", il che allora era la preparazione da parte
della collettività, cioè che essi (ndr. i figli di Israele) avevano
soltanto un'intenzione, che è un unico pensiero sul ricevimento della Torà.
Eppure, da parte di Colui che dà, non vi sono mutamenti e Lui dà sempre, com'è
scritto riportando le parole del Baal Shem Tov (ndr. insigne
Kabbalista), che l'uomo è obbligato a sentire ogni giorno i dieci
comandamenti sul monte Sinai.
La Toràh si chiama "la
medicina della vita" e "la medicina della morte". E bisogna capire, in che modo
c’entri di dire due cose opposte all’interno di un unico soggetto.
Bisogna sapere, che noi non
possiamo realizzare alcuna realtà come è di per sè, ma invece realizziamo tutto
solo secondo le nostre sensazioni. E la realtà, come è di per sè, non ci
interessa affatto. Per cui la Toràh, di per sè, non la realizziamo affatto, ma
realizziamo solo le nostre sensazioni. E tutta la nostra impressione esiste solo
secondo le nostre sensazioni.
Perciò nel tempo in cui
l'uomo studia la Toràh, e la Toràh lo allontana dall'amore del Creatore, certo
questa Torà si chiama "la medicina della morte".
E così è all'opposto: se
tale Toràh che egli studia lo avvicina all'amore del Creatore, certo essa si
chiama "la medicina della Vita". Eppure la Torà stessa, vale a dire la realtà
della Toràh di per sè, esclusa la considerazione dell'inferiore che la deve
realizzare, è distinta in una Luce senza Kli (Vaso), e non ne
esiste alcuna realizzazione. Per cui, quando si parla della Torà, allora
l'intenzione è riguardo alle sensazioni che l'uomo riceve dalla Torà, che solo
loro determinano la realtà dalle creature.
E il tempo in cui l'uomo
lavora per il proprio beneficio, esso si chiama "Lo lishmà" (Non in
suo nome). Ma da "Lo lishmà" si giunge a "Lishmà" (In suo
nome). Per questo, se l'uomo non si è ancora meritato il ricevimento della
Torà, allora egli spera di meritarsi il ricevimento della Toràh nell’anno
successivo. Ma dopo che l'uomo si fosse meritato la distinzione della
completezza di "Lishmà", ormai non gli rimarrebbe alcunché da fare in
questo mondo, dato che avrebbe corretto tutto al fine di essere nella
completezza di "Lishmà". E perciò, in ogni singolo anno esiste un tempo
del ricevimento della Toràh, dato che il tempo è qualificato per l' "Etaruta
deletata" (Risveglio dal basso), dato che in quel momento si
risveglia il tempo in cui dagli inferiori veniva rivelata la Luce della Dazione
della Toràh. Perciò c'è un risveglio nel superiore che dà una forza agli
inferiori, affinché essi possano compiere l'azione della qualificazione per il
ricevimento della Toràh, come a suo tempo erano pronti al ricevimento della Toràh.
Per questo, se l'uomo
cammina sulla via in cui "Lo lishmà" gli porti "Lishmà", allora
cammina sulla via della Verità, e deve sperare che alla fine delle fini si
meriti di giungere a "Lishmà", e si meriti il ricevimento della Toràh.
Eppure bisogna stare
attenti, che il traguardo sia sempre davanti ai propri occhi, altrimenti (l'uomo)
farebbe un cammino su una linea opposta. Dato che la radice del corpo è la
distinzione di "riceve per sé stesso", e perciò egli richiama sempre la propria
radice, che è per l'appunto nell’intenzione di ricevere, la quale (ndr. la
sua radice) è opposta alla Toràh, che si chiama "L'albero della Vita". Per
questo la Toràh è distinta dal corpo nella distinzione di medicina della morte.