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Un altro scontro fra
scienza e religione. E la scienza usa i dogmi della religione ela
religione i teoremi della scienza. Se il solo vitto che viene passato è
la ragione, mi domando che sarà del pensiero se non divenire pelle e
ossa; dato che, come insegnava qualche decina di anni fa il Kabbalista
Baal HaSulam, il pensiero è un esito del desiderio (Shamati 153). Ora,
la ragione ha invaso i due campi. Il campo laico determina senza
evidenza di prove che l’uomo non solo proviene dalla scimmia, ma è
divenuto uomo per caso. Ciò va a colpire in modo sottile, ma non troppo,
l’articolo che siamo fatti a immagine del Creatore, il che varrebbe a
dire che Egli assomiglia a un gibbone. Tale terroristico postulato,
frutto non della ricerca scientifica, bensì di cattive intenzioni, viene
impugnato come una clava per chiudere la bocca a chiunque dica la parola
premoderna Dio. La controparte spirituale è fragile, manca di una
interpretazione non letterale della Torah, dunque essa si limita a far
vedere che proprio la ragione usata dall’altro è piena di lacune. E
allora, in modo speculare, direi consanguineo, le due parti in
combattimento sono dominate da un’identica paura di essere scoperti con
le mani sprofondate nel sacco sino ai gomiti. Il sacco fondo
dell’errore.
Fede cieca contro fede
cieca, cattedra contro cattedra. Potere contro potere. Ma io, che ora
passo per questa pagina come fosse una strada, vorrei dire la mia; dato
che vengo da altre strade dalle quali magari non siete ancora passati; e
cioè che basta farsi attraversare lo sguardo dai rapporti di solidarietà
esistenti in Natura, causa ed effetto di tutto quanto esista, per
cogliere la nostra nascosta, e pur visibile, origine. E mi pare che
l’attuale discussione sia solo lotta per quale dei due gruppi debba
avere il sopravvento, e dunque non una discussione sulla verità, ma su
chi debba cominciare ad avere paura di perdere la cattedra del mondo e
lo sciame dei popoli. Paura, dunque. E la nostra povera vita appare del
tutto collocata nella sfera della paura; paura che soccombano le nostre
certezze su chi siamo, e come sia cominciata ogni cosa, e dunque anche
come finirà, o continuerà, la nostra personale vita. Stanti così le
cattedre, noi non conosciamo le nostre origini: noi le supponiamo,
tramite la fede o la scienza, il cosiddetto mistero, o la cosiddetta
teoria. Ma se tutti i sistemi di pensiero sono immessi nella ragione, e
certo è così, dove si compie tutta questa logica che illustra le nostre
origini, se a ogni generazione ripartiamo da capo? Si sentono sempre le
stesse grida, o proclamazioni: veniamo da Dio! No, veniamo dal caso!
Come se circa il nostro comune inizio – la scienza spirituale della
Kabbalah la chiama Radice – non potesse esistere il supporto effettivo
dell’esperienza diretta. Come se fossimo stati buttati quaggiù, senza
strumenti. Soli, su un sasso che gira su se stesso.
Giunge, forte e
sgradevole, la sensazione di esserci chiusi un giorno in una scatola
dove è oggettivo ciò che invece è soggettivo; dato che odore, suono,
sapore, vista e tatto con cui io sperimento, non sono i personali sensi
da cui tu, amico, fai esperienza; e chi può veramente dire se io vedo lo
stesso canarino che vedi tu? Ma anche ora che scrivo, la realtà mi parla
con un insieme di voci e il mio desiderio è di vivere finalmente ciò che
sento, non come evento predeterminato dalla claudicante dialettica: ma
come qualcosa che solo io posso rinvenire e verificare, in una caccia
personale i cui risultati si depositino in me come autenticissima prova;
e dunque la conoscenza debba essere sperimentata per diventare articolo
di verità. Sento la realtà parlare. Essa mi racconta che un seme,
indistinguibile da altri semi, diventi un giorno quercia. Eppure in ogni
fase della sua evoluzione-crescita il seme, piantina, alberello, albero,
appare oggettivamente come quanto si vede; e accade che chi veda un seme
mentre è seme, o un virgulto mentre appare virgulto, possa giurare che
essi saranno in eterno, oggettivamente, seme e virgulto – mentre il loro
destino, oltre la ragione, è di quercia. Questo mi dice la realtà ogni
giorno, e parla a un mio senso altro che ho dimenticato di avere. Vivo
nella gabbia dei cinque sensi e non è da nessuno di loro che sento
l’Insieme. Ma da un sesto senso, collocato non saprei dove, e vibrante.
Vivo in una scatola e
ogni generazione torna appunto a definire la conoscenza a scatola
chiusa. Noi non riconosciamo la scatola; non ne solleviamo il coperchio.
E invece, potremmo guardare tutto.
Articolo tratto dal
quotidiano Il Foglio, 13 novembre 2007 |