L’Haggadà di Pesach
secondo la Kabbalah
Brani scelti dall'articolo
omonimo di Oren Levi
La
saggezza della Kabbalah ci racconta che l’Haggadà di Pesach è un saggio kabbalistico
che parla della nostra interiorità. La stessa ci conduce alla scoperta che il
Seder Pesach è, in effetti, un’antica formula per fare ordine nella vita, e
questo non solo nella nostra casa, in cucina e nelle altre stanze di casa, ma un
vero Seder – ordine, un ordine interiore nel nostro cuore.
Il racconto
L’Haggadà di Pesach
racconta che i nostri padri si sono recati in Egitto, quando c'era la fame nella
terra di Canaan. In principio la loro vita in Egitto era buona, ma gradualmente,
tutto cominciò a complicarsi. Loro iniziarono a percepire che il Faraone gli
amareggiasse la vita. Il dominio del Faraone sulla loro vita era così forte, che
i nostri padri non potevano sottrarsi ad esso. Sotto pressione e duro lavoro,
essi allora hanno gridato al Creatore che li facesse uscire dalla schiavitù alla
libertà. Questo è il riassunto del racconto ma, come suddetto, la Kabbalah ci
rivela la dimensione kabbalistica, interiore, del racconto storico. Accingiamoci
quindi a conoscere il suo significato nascosto ed a scoprire perché è così
attuale per tutti noi.
Nel retroscena
della realtà
Secondo la saggezza
della Kabbalah "Egitto" è un nome in codice rispetto ad una situazione alla
quale tutti giungeremo, e molti di noi lo percepiscono al giorno d'oggi, nel
ventunesimo secolo. Sembra sorprendente? Questa è la spiegazione kabbalistica:
Noi scopriamo, osservando la nostra vita, che ciò che ci spinge ad eseguire
svariate azioni nella nostra vita è, in effetti, il nostro desiderio di
conseguire piacere e godimento. Noi cambiamo posto di lavoro, la macchina,
andiamo all'estero o mangiamo in un buon ristorante per trarvi soddisfazione. La
nostra natura, l'ego, è quello che ci spinge a rincorrere continuamente i
piaceri, per riempire se stesso. Il problema è che il piacere rilevato da ogni
cosa che noi ci sforziamo di ottenere si dilegua in poco tempo.
Cercando di
ottenere il piacere sperato noi ci imbattiamo in desideri di altre persone che
ci disturbano e di conseguenza si creano dei conflitti. Questo accade in
famiglia, nel posto di lavoro, ed anche a livello politico e mondiale. Ne
consegue, che giungiamo ad una situazione nella quale è azionata su di noi sia
una pressione esteriore che una pressione interiore. Gradualmente ci appare
sempre più chiaro il fatto che ciò che ci apporta sofferenza è seguire l'ego.
Oggi, proprio come nel racconto biblico, anche noi iniziamo a percepire la fame,
una sensazione di vuoto. Questa percezione ha "preparato il terreno" per la
rivelazione della saggezza della Kabbalah nella nostra generazione.
La Luce che lo
studio della Kabbalah apporta alla nostra vita, ci rivela che anche ai nostri
giorni noi siamo schiavi del "Faraone Re dell'Egitto", schiavi dell'ego che
amareggia la nostra vita. La Kabbalah ci apre un varco per percepire che c'è una
vita diversa e più bella "fuori dall'Egitto". Di conseguenza il "Faraone", l'ego
che è in noi, riceve colpi. Dopo che l'ego ha assorbito le Dieci Piaghe, si crea
in noi un potente bisogno di "uscire dall'Egitto", dall'ego, ed allora noi
urliamo al Creatore che Lui ci salvi. Solo il Creatore che ci ha creato
"schiavi" può liberarci dal dominio dell'ego, farci uscire dall'"Egitto" verso
la libertà.
Questo è il vero
significato della festa della libertà: l'uscita dall'Egitto, dal posto della
schiavitù all'ego, verso la libertà. Oggi l'uscita dalla schiavitù dell'Egitto è
più vicina che mai ed abbiamo fra le mani l'opportunità di "affrettarla"
assieme. Quando usciremo e saremo liberi, si rivelerà davanti a noi un nuovo
modo di vivere la vita. Sarà una vita d'unione ed amore fraterno, una vita di
pace e tranquillità in tutti i livelli, compreso quello personale e quello
sociale. Ora, dopo aver conosciuto il significato interiore del racconto
dell'Haggadà, potremo capire a che cosa alludono, veramente, le usanze della
sera del Seder.
"Mangiare il pane
azzimo", l'impasto della pasta ed il controllo dello sguardo
Il pane azzimo è
definito come il pane della povertà, dato che esso allude alla sensazione di
vuoto nella nostra attuale situazione.
Povero
secondo la Kabbalah è "povero in conoscenza", chi percepisce che possiede tutto
e che ciononostante gli manca qualcosa. Da qui all'uscita dall'Egitto la strada
è breve. Mangiare il pane azzimo–la mazzà simboleggia essere pronto a scappare.
È interessante
constatare che nel processo della cottura del pane azzimo si è molto meticolosi
nell'impastare la pasta senza interruzioni, affinché non lieviti. Ciò che è
lievitato simboleggia nella saggezza della Kabbalah il desiderio egoistico col
quale siamo stati creati, che ci imprigiona all’interno del “ristretto mondo” di
amore per noi stessi. In un modo, simile a quello col quale noi impastiamo la
pasta, noi dobbiamo controllare continuamente qual è il desiderio che ci guida,
verso dove è direzionato il nostro sguardo, sé solo verso noi stessi o sé anche
al prossimo. È ovvio che noi non siamo capaci di sopraffare l'ego con le nostre
forze, dato che questa è la nostra natura. Però, il controllo stesso e
l’aspirazione ad un cambiamento edifica in noi il vero appello al Creatore, la
richiesta di aiuto, di correggere l'ego che il Creatore ha impresso in noi. Solo
allora avviene il cambiamento anelato.
I quattro bicchieri
di vino: le quattro fasi dell'uscita dall'ego
Anche questa antica
usanza accenna, in realtà, a processi spirituali.
Il bicchiere
simboleggia nella Kabbalah, la nostra capacità di ricevere la Luce che proviene
dal Creatore. I Kabbalisti hanno scoperto che l'unica qualità che esiste nel
Creatore è la qualità dell'amore. Quindi se ci relazioniamo l’uno con l’altro
con amore, come il Creatore si atteggia con noi, diventiamo simili a LUI, ed in
questo caso la Luce ci colma.
Il vino
simboleggia la Luce del Creatore che opera su di noi in due fasi durante lo
studio della Kabbalah: nella prima fase la Luce ci corregge e ci libera dal
dominio dell'ego, e con questo ci ha fatto divenire simili al Creatore, e nella
seconda fase ci riempie.
Perché si devono
bere proprio quattro bicchieri di vino durante il Seder e non cinque o sei?
Bere
quattro bicchieri allude ad un processo basilare nella Creazione. I Kabbalisti
ci raccontano che l'ego che è in noi è stato creato in quattro fasi e che
la sua correzione avviene anch'essa secondo lo stesso ordine. Ne consegue che
i quattro bicchieri di vino simboleggiano le quattro fasi dell'uscita
dall'ego verso il mondo spirituale che, per il momento, ci è nascosto.
Lehaim!! Alla Vita!!
Siamo stati schiavi
La discesa verso
l'Egitto è sempre caratterizzata da un processo che comprende fasi
predeterminate. All'inizio la vita lì non sembra assolutamente negativa. L'uso
dell'ego ci aiuta ad esistere, a svilupparci, a "fiorire", a godere la vita.
Improvvisamente, proprio quando noi otteniamo il massimo successo e la massima
prosperità, si espande in noi una percezione di vuoto e la vita diventa senza
speranza. Questa sensazione continua fino a che, un giorno, come se fosse
scaturita dal nulla, si rivela in noi una qualità nuova–Mosè. Quando la
qualità di Mosè si rivela, essa ci porta alla saggezza della Kabbalah.
Grazie al fatto di essere occupati con la Kabbalah, noi studiamo che siamo
schiavi della nostra natura egoista e riveliamo il "Faraone", il despota che ci
domina e che ci fa lavorare duramente.
Assieme a questa
consapevolezza, "Mosè" ci apre un varco verso una nuova speranza, e ci fa
vedere che esiste una via per vivere la vita in modo diverso. I Kabbalisti hanno
scoperto in che modo l'ego ci aziona, e sono riusciti a liberarsi dal suo
dominio. Essi ci insegnano che il primo passo verso l'uscita dalla schiavitù è
comprendere che tutto quello che accade intorno a noi e dentro di noi è il
risultato degli ordini che ci dà il "Faraone". Ma, assieme a questo, i
Kabbalisti affermano che solo dopo essere usciti dal buio scopriremo che "siamo
stati schiavi" ed ora siamo "liberi".
"E
lo racconterai a tuo figlio": su padri e figli
I"Figli"
simboleggiano la serie di situazioni prossime che noi passeremo durante la
nostra vita. Il "Padre" simboleggia la nostra situazione attuale e
figlio simboleggia la nostra prossima situazione, una situazione più
evoluta. Padre e figlio sono due situazioni che noi passiamo durante il nostro
sviluppo spirituale.
"In ogni generazione ognuno deve
considerare se stesso come se fosse uscito personalmente dall'Egitto, poiché è
scritto "e lo racconterai a tuo figlio".
Questo detto accentua che, tutte le situazioni meravigliose
che noi percepiremo nel mondo spirituale sono l'effetto della stessa uscita
dall'ego, dall'Egitto. Solo dopo "L'uscita dall'Egitto" si aprono davanti a noi
nuovi orizzonti, e quindi si usa sempre ricordarlo, dicendo "ricordo
dell'uscita dall'Egitto".
Articolo tratto
dal giornale
Kabbalah LaAm, n. 14